Sicurezza
Accolti dal campo profughi, tornano a Casale dopo 20 anni
Avevano tra 6 e 12 anni e fuggivano dall’orrore della guerra La comunità collinare riabbraccia i suoi “figli” bosniaci
CASALE. Sono tornati dopo venti anni. In quel paesino che, a cavallo tra il '94 e il '97, li tenne lontani per qualche settimana dal campo profughi di Skofja Loka e dagli orrori della guerra. Erano bambini bosniaci, avevano tra i 6 e i 10 anni e nello sguardo nascondevano la sofferenza di chi ha già visto troppo.
«Negli occhi di Alma, 10 anni, si può ancora leggere il dolore per la recente perdita del padre che è morto 15 giorni fa tra le milizie musulmane il Bosnia», scrisse il 23 luglio '94 il cronista del Tirreno. In verità, quasi tutti non avevano il padre perché gli uomini erano stati richiamati in massa alle armi. Quello di Alma fu ucciso dalla scheggia di una bomba.
Casale adottò quei bambini. «In quei quattro anni, la comunità s'accese - ricorda la maestra Mariarosa Bartolozzi - noi li aiutammo ma ricevemmo anche molto in cambio». «E' un evento che si ricorda ancora. Ci fu una grande mobilitazione - racconta il sindaco Fabrizio Burchianti che nel '94 aveva 15 anni - la scintilla partì dal medico condotto, il dottor Andrea Panetta. Si costruì un comitato. In pochi giorni 20 famiglie si resero disponibili ad ospitare per due settimane d'estate dei bambini del campo profughi di Skofja Loka». Il progetto si concretizzò grazie all'adesione al progetto Acli "Un sorriso per la Bosnia".
«Furono coinvolti un po' tutti - ricorda Michele Mariano, un dei volontari - dalle Ferrovie che garantirono i biglietti gratis all'Atl che mise a disposizione un mezzo». In quattro anni i piccoli bosniaci andarono al mare, viaggiarono lungo la Toscana e provarono a sentirsi un po' come i loro coetanei. «E' stato il periodo più bello della mia vita - racconta Bartolozzi - io mi occupai di Avdo, un bambino di 6 anni, il più piccolo. Lo assegnarono a me perché ero maestra. E mi affezionai così tanto che tentai la strada dell'affido. Senza riuscirci». Il 1997 fu l'ultimo anno. Poi, il silenzio. E anche i contatti tra i bambini e le famiglie, via lettera o per telefeno, si dirarono. Fino ad oggi quando Casale ha voluto ritrovare i bambini del '94. Dei venti che giocarono tra le strade del borgo sono ritornati solo in quattro. Grazie all'intraprendenza di Melisa Pajievic, 28 anni, oggi ingegnere civile e che è rimasta in contatto con la sua famiglia italiana.
Dei tredici ritrovati sono tornati a Casale in quattro. «Sono stati una settimana in Italia - dice il sindaco - e sono arrivati a Casale domenica scorsa e ripartiti mercoledì». Oltre a Melisa c'era Avdo Gusic, 26 anni, il bambino che ospitò la maestra Bartolozzi. «Rivederlo è stato incredibile, commuovente - spiega l'insegnante - ha ancora la tristezza negli occhi ma tra mille difficoltà è riuscito ad arrivare al diploma. Purtroppo è disoccupato».
Poi, Dzenisa Becic, 28 anni, diploma in chimica e Alma Njemcevic, 26 anni, la bambina che perse il padre 15 prima di arrivare a Casale. Sta studiando biologia.
«Li abbiamo riabbracciati - dice il sindaco - e poi siamo andati al teatro dove è stato proiettato un filmato del '94. Un'emozione». Hanno dormito in un residence a spese delle famiglie che li accolsero.
«Queste persone rimarranno sempre nel mio cuore - dice Avdo Gusic, il più piccolo ma che ricorda l'italiano - perché ci hanno trattato come figli».
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