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Di giorno a fare la sarta e la sera al lavoro al bar: così aiutavo mia madre
La storia di Anna Maria Chinello: già da piccola costretta a grandi sacrifici per la prematura morte del padre
L’intervista è raccolta da Giulia Minucci e Silvia Montanari lo scorso 30 aprile a Rosignano Solvay.
Ricorda i tempi delle scuole elementari a Rosignano Marittimo?
«Ci facevano lavorare, fare i ricami, quando c'era la ricreazione. Ci dicevano di portar da casa filo e stoffa. Io comunque sono andata a scuola fino alla quinta».
Ha scelto lei di smettere?
«L'obbligo era la quinta e a me non interessava. Così dopo mi hanno mandato a imparare a fare la sarta. Andavo tutti i giorni da una signora, la mattina fino a mezzogiorno. Lì la gente andava a farsi cucire il vestito, ora si prende tutto confezionato ma prima non era così, aveva tante clienti e io e mia cugina piano piano si è imparato il mestiere».
Dopo ha iniziato a lavorare per conto suo?
«Sono andata a imparare il taglio a Livorno, là c'era una scuola di taglio, prima ce ne erano tante, e poi mi sono messa a cucire a casa, per i clienti insomma».
Cosa faceva di particolare?
«Facevo tutto, vestiti, gonne, cappotti, tutto, tranne i pantaloni, perché lì era solo da donna e le donne non indossavano ancora i pantaloni. Poi ho imparato e ho fatto pantaloni da tutti. Solo i maglioni si facevano con la macchina, si compravano già fatti».
Le piaceva?
«Sì, a me è sempre piaciuto cucire. Guarda, ho cucito fino ad adesso, ora faccio solo qualcosa per me».
È stato sempre il suo lavoro?
«Non l'unico. Il parroco del paese, don Giovanni, conosceva mio padre e quando lui morì io e mia madre rimanemmo sole, senza niente. Mio padre è morto giovane, aveva lavorato poco e a mia madre all'inizio non davano una pensione. Don Giovanni aprì questo bar e ci chiamò ad aiutarlo. Così di giorno andavo a cucire e la sera al bar. Ci dava una percentuale sull'incasso».
Da chi era frequentato?
«Le donne venivano per la televisione, visto che prima non tutti l'avevano in casa, alla fine degli anni Cinquanta famiglie intere coi figlioli andavano al bar a vederla.
Poi c'erano le persone di una certa età che giocavano a carte, e poi molti giovani che giocavano a biliardo con il prete. Lui era un ganzo, era uno all'avanguardia, aiutava tante persone, era finita la guerra da pochi anni e tutti cercavano lavoro e allora lui aiutava, ha messo anche tanta gente al lavoro alla Solvay».
Ma non si divertiva da ragazza?
«Io dovevo andare tutto il giorno a cucire e la sera salire al bar. La domenica ero sempre lì. Ma siccome ero lì nel bar ce l'avevo dei bimbetti, quando c'era la fiera nella piazza della chiesa venivano quelli che facevano fare dei giri con le macchinine. Tutti questi bimbetti mi offrivano di fare un giro.
Poi mi piaceva la musica, tutte le canzoni degli anni Sessanta».
Quali erano le sue canzoni preferite?
«Mi piaceva Little Tony, mi piaceva Claudio Villa, Domenico Modugno».
Venivano a cantare anche qui a Castiglioncello?
«Sì, anche Little Tony venne a Marittimo, l'ho visto, credo avessi diciassette anni. Venne in un locale dove si andava a ballare, in via Montanara, in cima.
Si scendeva le scale e c'era un locale grande, un bar, io ci sono andata 3-4 volte, una volta per l'ultimo dell'anno, qualche volta per Natale, per Pasqua».
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