Il Tirreno

Non c'è cura a quest'agonia?

Maria Meini
Non c'è cura a quest'agonia?

Sono trascorsi sei mesi da quando Il Tirreno ha lanciato, in contemporanea con l'uscita della nuova veste grafica del giornale, la campagna “Salviamo la nostra acqua”

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Sono trascorsi sei mesi da quando Il Tirreno ha lanciato, in contemporanea con l'uscita della nuova veste grafica del giornale, la campagna “Salviamo la nostra acqua”. Scegliendo come simbolo proprio il fiume Cecina. 73 chilometri di storia, dai primi insediamenti etruschi ai Lorena, intorno al quale la città è nata e ha preso nome.

L'auspicio era che si cominciasse a dare finalmente le gambe al progetto di riqualificazione del fiume. Sono trascorsi sei mesi e tutto tace, rumorosamente ma inutilmente come un urlo nel deserto. Anzi, dovremmo dire: tutto continua a tacere.

Non tace l’informazione, non tacciono le voci di protesta, quelle degli ambientalisti o dei pescasportivi, ma tacciono le voci istituzionali. Perché al di là delle belle parole e dei buoni propositi il problema vero del fiume è la progressiva mancanza d'acqua, un impoverimento della materia prima, potremmo definirla, che lo sta condannando a diventare una cloaca. In inverno, con le piogge, il livello idrico si alza velocemente ma altrettanto velocemente si prosciuga.

É passata in sordina la notizia che ormai da due anni i pescasportivi, associazione storica di Cecina, si sono dovuti trasferire sullo scolmatore dell’Arno per poter svolgere il consueto trofeo. Non ci sono pesci. Nella parte terminale - non è un lapsus freudiano - il tratto che scorre nel comune di Cecina e scende verso il mare l'assenza d'acqua è impressionante. Le immagini che pubblichiamo sono eloquenti. La vista è il primo indicatore: sotto l'occhio di tutti il tappeto verde che ricopre il letto del fiume. Riduzione d’acqua da un lato, inquinamento dall’altro. La contaminazione delle falde a monte e nello specifico nella zona di Poggio Gagliardo, con il famoso caso trielina, rischia di tracimare a valle. Ma tutto continua a tacere.

Non importa che il Cecina sia un sito di interesse comunitario, così l'ha classificato il ministero dell'ambiente inserendo nel libro delle bellezze da salvare il tratto che da Berignone arriva a Ponteginori (coi suoi panorami suggestivi e i nomi fiabeschi: il masso delle fanciulle, la valle del diavolo). Del fiume ci si ricorda solo e soltanto per presentare progetti altisonanti che per ora rimangono sulla carta.

Dieci anni esatti da quando si è cominciato a parlare di piano di risanamento, e periodicamente - diciamo ogni estate - si torna ad alzare la guardia sul progressivo impoverimento di acqua. E sul rischio inquinamento.

Adesso - lo scriviamo nell'articolo a fianco - la portata d'acqua è ai minimi storici: qualcosa come 15 volte meno della portata media.

E continua il ping pong sui prelievi industriali di Solvay. Sembra impossibile che, nell’era del bosone di Higgs, non si riesca a trovare un’alternativa agli emungimenti dal fiume per salvare questo nostro unico patrimonio naturale. Una soluzione che dovrebbe passare prima di tutto da un coordinamento tra la pletora di enti che sovrintendono al capezzale del malato.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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