Il Tirreno

Quando la politica era una sana religione con scelte sofferte

La storia di Ernesto Macchioni, nato nel 1961 a Rosignano e attivista nella Fgci sin dai tempi della scuola superiore

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Intervista raccolta da Giulia Zanaboni e Michael Righi il 6 aprile 2012.

Cosa ti ricordi del periodo delle scuole superiori?

Dell'Iti, una delle cose che mi ricordo di più è la mia fervente attività politica. Mia sorella era più grande e attivista della Fgci, e all'epoca aveva un fidanzato, anche lui attivista, e io ero quello che a cui si diceva "Vai a compra' il gelato"…Ma a parte ciò quello che m'è rimasto, quello che m'ha trasmesso questa persona, vale tuttora. Marco si chiamava, è stato un punto di riferimento, perché è arrivato un po' negli anni in cui ti stacchi dai genitori e cerchi anche i punti di riferimento. Avevo dodici anni, seguì mia sorella, mio cognato, l'ambiente… perché poi l'ambiente era quello, eravamo tutti comunisti. "Qualcuno era comunista" diceva Gaber, e noi lo eravamo, proprio nello stesso spirito della canzone. Era una religione. Una religione sana, che è seguita all'altra: io sono stato battezzato, comunicato e cresimato, e il passo successivo è stata l'iscrizione alla Fgci. Senza sentire nessun tipo di contraddizione, era proprio un modo sentirsi, era più facile all'epoca sentirsi qualcosa, tanto o eri di destra o eri di sinistra. Noi eravamo di sinistra, meglio eravamo comunisti, tutti comunisti. Considerate che siamo nel '77, c'era una divisione assolutamente netta, in certi momenti anche lacerante. Alle superiori si usava dire questo, "io non sono uno studente comunista, io sono un comunista che fa lo studente”.

Poi sono arrivati gli anni di piombo.

Esatto. Noi avevamo capito dopo che le Brigate Rosse erano qualcosa di male. All'inizio le Brigate Rosse erano soprattutto "Rosse", poi quando hanno iniziato a fare quello che hanno fatto, persino noi ci siamo messi contro, c'era qualcosa che non tornava.

E la tua militanza?

Siccome mi ero esposto molto, i miei genitori non erano d'accordo. I professori mandarono a chiamare i miei genitori e dissero: "Se suo figlio continua in questo modo, noi non lo ammettiamo agli esami". E io smisi. Smisi per stanchezza, smisi perché a un certo punto poi non ce la facevo più. Perché era diventato un lavoro, perché ero per lo più da solo. Mi ricordo la frase del professore interno di commissione, di tecnologia: io sono molto emotivo e mi ero molto emozionato, vedendomi così, sudare, mi disse "Macchioni, non si direbbe la persona pericolosa che c'hanno descritto!".

Ma ti ricordi il referendum sul Pvc a Rosignano?

Molto poco, non mi ricordo neanche come votai. Mi ricordo che non era poi così scontato né l'una né l'altra risposta e mi ricordo che ero combattuto, questo me lo ricordo, ma non so che scelta presi, anche perché poi le vicende che si son susseguite non mi hanno imposto di ricordarmelo, ti dico la verità.

C'entra la mia storia personale. È come se avessi dato molto peso alla vita pubblica fino alla vigilia degli esami di Stato per il lavoro, e poi basta. Mi ero accorto allora che facevo, facevo e dietro di me non c'era mai nessuno, anzi, io mi esponevo, con gente che ti diceva " Sì, sono con te!" poi ti giravi "Io non ho detto niente", cioè, ti accorgevi che eri solo, a rischio, e ci stavi rimettendo un po' troppo del tuo. Poi, in effetti, le idee iniziavano a diventare un po' meno chiare, su che scelta fare, non mi accontentavo più di questo tipo di divisioni, iniziavo a sentirmici stretto.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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