La protesta
Tragedia in sala parto, i medici salvano la madre
La donna era alla 34ª settimana quando all’improvviso si è rotto l’utero. Il bambino è nato morto, lei è ricoverata in rianimazione: in coma, ma viva
CECINA. Le hanno salvato la vita, ma per il bambino che portava in grembo non c'è stato nulla da fare. È morto per una di quelle fatalità che chi si occupa di rischio clinico definisce una serie di casi del destino e di sfortunate coincidenze che poco hanno a che vedere con l'errore umano o con il guasto dei macchinari in sala operatoria. La donna che ha perso il suo bambino, 34 anni, rientrava nelle percentuali minuscole. In quei piccoli numeri, tra interi e decimali, dove la sfortuna e il dramma si fanno grandi. Ma potrà raccontare la sua storia. E magari da un evento tragico ripartire. Con la consapevolezza che anche in un piccolo ospedale - a volte criticato e bistrattato - c'è qualcuno che può salvarti la vita, qualcuno a cui dire solo «grazie». Senza troppi giri di parole.
La donna era alla trentaquattresima settimana di gravidanza, quasi all'ottavo mese, vicina al traguardo. Dal pomeriggio di giovedì aveva iniziato a non stare bene; accusava forti dolori addominali e nausea. Il malessere aveva continuato a tormentala anche il giorno dopo, il venerdì. In serata, consultati i familiari, aveva deciso per la corsa in ospedale. Forse nessuno aveva capito la gravità della situazione e anche per questo era arrivata in via Montanara in ambulanza, ma senza medico a bordo.
Però, in pronto soccorso, i dottori avevano subito capito che il quadro clinico stava peggiorando e l'avevano fatta passare in codice rosso. A confermare la gravità, il responso della visita: rottura dell'utero, gravidanza compromessa e vita a rischio.
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