Il Tirreno

«Tra l’incertezza e i sacrifici: così passeremo la festa»

di Mario Moscadelli
«Tra l’incertezza e i sacrifici: così passeremo la festa»

Dai dipendenti della Sarplast pronti a tagliarsi lo stipendio ai cassintegrati Solvay: ecco i loro racconti

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ROSIGNANO. Incertezza. È questa la parola più utilizzata dai lavoratori di Sarplast e Solvay - due delle aziende più grosse del territorio rosignanese oggi in difficoltà - per spiegare come sarà il loro Primo maggio, ma più in generale per raccontare come vedono il loro futuro. Da una parte l’incertezza di chi ha avanzato la proposta di tagliarsi lo stipendio pur di non perdere il posto (Sarplast), dall’altra l’incertezza di chi è in cassa integrazione (Solvay). I loro racconti, tuttavia, potrebbero essere anche quelli di tanti altri lavoratori, di ditte magari più piccole e dunque meno visibili, la cui posizione è a rischio.

«Com’è brutta l’incertezza». Sarà un Primo maggio insolito per i dipendenti della Sarplast, l’azienda di Santa Luce specializzata in tubi in vetroresina di alta qualità. Perché per la prima volta le preoccupazioni sono più grandi delle certezze. Certo, la situazione al momento non è drammatica, ma il fatto che gli stessi dipendenti - dall’operaio al direttore - abbiano avanzato la proposta di tagliarsi il salario fa scattare il campanello d’allarme. «È dal 1974 che lavoro alla Sarplast - racconta Canio Fidanza, addetto alle manutenzioni - è per la prima volta passerò un Primo Maggio all’insegna dell’incertezza.

L’incertezza di chi, a 60 anni come me, difficilmente ritroverà lavoro, e dunque riuscirà ad andare in pensione come si deve, se la Sarplast non dovesse uscire dalla crisi». Fidanza è tra quelli che ha detto sì al dimezzamento del superminimo e alla rinuncia del premio di produzione. «Al momento è ancora una proposta - dice Fidanza - ma se dovesse andare in porto speriamo che serva a garantire un futuro alla nostra azienda. Di sicuro ad oggi se dovessi sintetizzare la situazione professionale che sto vivendo userei la parola incertezza». «Sacrifici? Sempre meglio che essere messi a casa». La stessa che usano tanti altri dipendenti, tra cui Fabrizio Porro, addetto alla produzione di Rosignano. «La speranza - dice Porro - è che quella che attualmente è una proposta sia d’aiuto, se sottoscritta, al futuro dell’azienda. Certo, ci costerà dei sacrifici nel privato, ma sempre meglio che stare a casa. Insomma, sarà un Primo Maggio di speranza».

«Noi cassa integrati e insultati». Anche alla Sarplast hanno assaggiato l’aspro sapore della cassa integrazione. Ma in Solvay c’è chi lo sta continuando ad assaporare. «E non è certo un bel gusto», dice Daniele Iobbi, uno dei 23 addetti alle trivellazioni di Ponteginori in cassa integrazione. Anche lui utilizza la stessa parola dei colleghi di Santa Luce. «Incertezza, così descrivo il mio Primo Maggio. L’incertezza di rientrare al lavoro, ma anche di mantenerlo». Sì perché a preoccupare Iobbi non è se Solvay manterrà la parola data sulle concessioni (ritiro della cassa integrazioni al momento del rilascio), ma i ricorsi che pendono in particolare sul progetto di Puretta. «Quei ricorsi - riprende il lavoratore - sono una spada di Damocle sui nostri posti di lavoro. E sono quasi un insulto a noi lavoratori: noi sappiamo bene cosa facciamo e sappiamo che il nostro operato non crea nessuno cedimento del terreno o danno ambientale simile».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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