Gioco
Il partigiano Waira: «La politica stia fuori dalla Liberazione»
Vinicio Bernini, 90 anni, con la Garibaldi nelle Langhe Aneddoti e momenti tragici: «Ricordare è importante»
VADA. Ci sono momenti, nella vita, in cui diventa facile, quasi automatico, sapere «da che parte stare». Per Vinicio Bernini l’aprile del 1945 fu uno di quei momenti. Così come pochi mesi più tardi quando, di fronte al comando militare che gli ordinava di telefonare ad ogni passaggio aereo sul cocuzzolo di Monforte d’Alba, terra di tartufi e Barbera, scelse un’altra guerra. Quella partigiana, antifascista, contro l’occupazione tedesca. Una resistenza fatta dalle macchie, con poche armi raccolte qua e là nei depositi o paracadutate dall’alto dagli inglesi. Arruolato nella 14esima Divisione Garibaldi, nome di battaglia Waira, diventò uno dei protagonisti della liberazione delle Langhe.
Oggi, quasi novant’anni, nella sua casa di viale Italia a Vada dove vive con la moglie, con una memoria lucida che rimanda a quei giorni (un anno vissuto tra Monforte d’Alba e Torino), ci racconta «la sua Liberazione». Partendo da un’esortazione, un invito che non manca mai di recapitare il 25 Aprile, ogni qualvolta enti locali ed associazioni si apprestano a commemorare una pagina tragica ed esaltante della nostra storia: «Non mescoliamo la Liberazione con la politica. La guerra di Liberazione ha una sua strada. Non mi importa se uno è comunista, socialista, democristiano. Fascista no, quello non lo accetto. L’importante è essere una persona retta, per bene».
Dialettica di una volta che richiama una saggezza paesana, asciutta, mai ridondante. Qualche silenzio. «Dovete scrivere della Liberazione, non di me», è una premessa ed un invito. Difficile, però, rispettare la consegna. La storia vive nella memoria, ma ci proviamo. Anche se bisogna partire dall’inizio, dalle radici vadesi e da quel giorno in cui Vinicio e suo cugino Silvano, insieme ad altri giovani ventenni, fu preso e messo su un treno per una destinazione sconosciuta. «Eravamo sfollati a Saline di Volterra - racconta Bernini - c’era un gerarca fascista, che ci aveva chiamato per presentarci alle armi. La prima volta non c’andammo. La seconda dovemmo dire di sì. A quei tempi non si scherzava. Se non mi fossi presentato avrebbero ucciso il mio babbo». Così un ragazzo di vent’anni, che pensa alle ragazze e a trovarsi un lavoro, si ritrova improvvisamente chiamato ad una guerra che conosce soo perchè nella sua famiglia si respira una cultura antifascista. «In casa mia licenziarono il fratello del mio babbo perché non aveva aderito al fascismo. E da RosiSolvay, da dove c’è il circolino, veninvano a casa mia, a Vada, ad ascoltare Radio Londra»
Racconta che quel treno si fermò a Casarza. E fu un sospiro di sollievo. «Temevamo di finire in Germania, nei lager». Che fu alloggiato in un campo di addestramento, frequentò un corso denominato Fluco. «Ci dettero una zona e a me e mio cugino ci toccò Monforte d’Alba». Compito: piccole vedette italiane. Segnalare all’esercito i movimenti di aerei sui colli delle Langhe. Fu allora che Vinicio e gli altri soldati entrano in contatto con la gente di Monforte. «Capivano il nostro stato, ci aiutavano. Ricordo il medico del paese, il dottor Gallo che poi diventò uno della Brigata. C’erano un socialista ed un comunista, un bravo comunista, si chiamava Portonero. Cominciammo ad organizzarci. A quei tempi, in zona, c’erano solo le formazioni del colonnello Mauri. Così entrammo nella 14esima Divisione d’assalto Garibaldi, la Sulis». Un crogiuolo di nazionalità ed esperienze politiche diverse: «C’erano comunisti, socialisti, sovietici, i maquis (resistenti) francesi, i serbi. Ricordo che i serbi non mi piacevano. Una volta presi un pezzo di stoffa per farci dei pantaloni, perché usavo i soliti da un mese. Un serbo disse che aveva preso la sua stoffa e chiese la mia fucilazione. Il comandante non fu di questo avviso».
Cominciano le azioni. «Usavamo la tecnica del mordi e fuggi - spiega Bernini - che era il nostro motto. Non potevamo competere con i tedeschi con le armi, quindi facevamo incursioni e poi ci ritiravamo. La gente del posto era con noi». Paura sì, ma anche coraggio. Come quando con la Sulis passano il Tanaro e puntano su Torino. Combattimenti, paesi liberati, cecchini da cui guardarsi ad ogni angolo. Come a Torino «quando io e Silvano sfuggimo al tiro al bersaglio in via Bertola». E’ qui, nel capoluogo piemontese, che Bernini conosce il comandante Barbato, figura mitica della Resistenza. E con la battaglia di Moncalieri che segna l’addio alle armi. Un anno di cui conserva anche ricordi di momenti difficili. Come quando, membro del tribunale di guerra, evita la fucilazione ad un compagno partigiano beccato a rubare vettovaglie. «Dissi al comandante che aveva tanti figli e che se l’avessimo ucciso ce li saremmo trovati contro». O come quando, a Torino, incontra un vadese che sta «dall’altra parte, con la Decima Mas». «Giocavamo insieme da bimbetti - dice Vinicio - ed era asserragliato in una caserma . Dissi al mio comandante che c’era un mio paesano, che conoscevo. Alcuni ce la fecero a scappare, lui no».
Oggi è il 25 aprile. Vinicio Bernini ha ancora tanti ricordi. Molti li conserva con gelosia. Come i tanti nomi e i cognomi di vincitori e vinti. La storia no, quella si può raccontare. Anzi si deve.
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