Il Tirreno

80 anni e una bicicletta la parabola dei Bitossi

di Rino Bucci

Oggi l’azienda di terrecotte fa festa con un libro dedicato alla saga di Luigi e dei figli Renzo e Oreste. La terza generazione al femminile

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CECINA. Una bici da inforcare per i viaggi più lunghi e l'arte di lavorare la ceramica nel cuore. Luigi Bitossi arrivò a Cecina nel 1910 per espletare il servizio militare. Aveva poco più 20 anni, apparteneva ad una famiglia di ceramisti di Montelupo e non immaginava che proprio lì, a Cecina, avrebbe dato vita ad un'azienda che esiste ancora oggi, la "Bitossi Terracotte". Da qualche mese la ditta ha tagliato il traguardo delle 80 candeline, piazzandosi tra le più longeve del territorio. «Forse in una delle sue passeggiate - racconta la nipote Giovanna - Luigi si accorse della bellezza e dei vantaggi che offriva la zona del lungofiume verso Marina». La stessa zona che poi ospiterà l'azienda e le cave di argilla.

Tra Picasso e Cecina. Terminato il servizio militare, Luigi Bitossi si trasferì in Costa Azzurra, vicino ad Antibes. Sul litorale francese insegnò ad alcuni ragazzi l'arte di costruire vasi e incontrò Pablo Picasso. Ma la permanenza oltralpe ebbe le ore contate. Tornò dopo un anno a Montelupo, dove vivevano i genitori e i nove fratelli. Ma nella mente conservava il ricordo di Cecina; covava l'ambizione di costruirci la "sua" fornace, con la forza di autodeterminarsi che contraddistingue i giovani. «Senza pensarci prese la bici - dice la nipote - e da Montelupo arrivò a Cecina. Aveva solo un sacco di juta. Lo riempì con l'argilla presa sulle sponde del Cecina. Tornò a casa e lavorò il materiale. Il prodotto che ne venne fuori fu la dimostrazione che la terra era buona». La fornace si poteva aprire. La bicicletta rimarrà un mezzo legato al nome Bitossi: fu la via per Cecina di Luigi, diventerà lo strumento di gloria di Franco, noto ciclista (soprannominato "Cuore matto") e parente del vasaio.

Fornace Bitossi. Tutto il litorale cecinese era costellato da fornaci, c'era quella del Chiavacci, quella del Baggiani. Su entrambe le sponde del fiume, non lontano dalla foce, si trovavano forni e camini. «Perlopiù cucinavano mattoni per l'edilizia - dice Giovanna - la nostra azienda fu stata la prima ad occuparsi di vasi.

Il primo progetto. Il primo progetto della fornace Bitossi risale al 1929. Con l'agosto del 1930 arrivò anche la prima "fornata". Le opere vennero realizzate con il materiale di scavo prelevato in prossimità della foce. «I cavi, sulla riva sinistra del fiume, erano quattro - dice Giovanna Bitossi - oggi non ci sono più, è rimasto solo un piazzale. La terra ci arriva da altre aree limitrofe sul Cecina». In un primo momento, i prodotti realizzati venivano portati a Montelupo dove poi erano venduti. «La vendita in loco - spiega Giovanna - iniziò solo nel 1933. Il tempo necessario perché il podestà di Cecina concedesse la licenza commerciale».

Conduzione familiare. Come da tradizione italiana, la ditta Bitossi, si trasformò in azienda famigliare. «In ditta iniziarono a lavorare anche mio padre Renzo e suo fratello Oreste - dice Giovanna - ma non era raro, soprattutto nel dopoguerra che mio nonno affidasse del lavoro a persone bisognose». Altri tempi. Dopo oltre trent'anni Luigi Bitossi, colpito da una malattia che lo portò alla cecità, lasciò il timone ai figli Renzo e Oreste. Che continuarono a lavorare insieme fino al 1985 (data della morte di Oreste).

Si cresce. Negli anni l'azienda è cresciuta e si è modificata, anche se conserva la fisionomia delle origini. «Accanto alla storica fornace venne aggiunta una fornacina - dice Giovanna - che poi sarà dismessa negli anni '90». Anche la fornace grande è cambiata nel tempo. «La prima versione era grande circa 50 metri cubi - spiega la donna - e riusciva a garantire infornate per due mesi. Poi, venne distrutta e sostituita con una nuova versione da 17 metri cubi. Più piccola ma funzionale e capace di consentirci infornate ogni 20 giorni».

La stanza veniva sigillata con mattoni e terra e il forno veniva mantenuto caldo per tre giorni e tre notti grazie ai fasci di legno portati da barrocciai dalla pineta di Marina. Ne servivano mille per raggiungere altrettanti gradi centigradi.

Oggi, il forno è alimentato a metano e si chiude con una porta ermetica.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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