In fuga dall’orrore per i miei figli
Una storia per non dimenticare. Così Hatmone è riuscita a salvare la famiglia dalla pulizia etnica in Kosovo
CECINA. «Avevo appena messo a letto i miei tre figli quando al piano di sotto sentii un rumore fortissimo. Scesi per vedere cosa stava succedendo e una granata volò a pochi centimetri dalla mia testa e scoppiò sul muro di casa aprendo un buco enorme. Chiamai mio marito, prendemmo i bambini e tra la confusione generale scappammo nel bosco». Hatmone Hadergjonaj abita da oltre 12 anni a Cecina ma nell'aprile del 1998 viveva a Degan, un piccolo villaggio a due passi da Peja, una città del Kosovo occidentale. La sua storia è quella di molte donne fuggite dall'orrore della guerra, dalla furia di una folle pulizia etnica che colpiva i più indifesi: anziani, donne e bambini. Una storia che ha avuto il suo lieto fine con l'approdo a Marina di Cecina dopo una vera e propria odissea.
La fuga dall'orrore. «Un mezzo a lancio fitto di granate, con mio marito Tahir prendemmo i nostri tre figli e nient'altro - racconta Hatmone - io ero incinta di 8 mesi e iniziavo già a stare male. Fuggimmo nel bosco dove restammo per una settimana, senza acqua e cibo e bevendo dalle pozze d'acqua che trovavamo ogni tanto». Hatmone torna nel villaggio e trova la falegnameria del marito e la casa, costruite in anni di sacrifici, completamente distrutte. «Erano state date alle fiamme, non ci restava più niente - racconta la donna con un velo di emozione negli occhi - l'immagine più brutta, però, non fu quella. Per strada c'erano molte persone che non ce l'avevano fatta a scappare come noi. A terra vidi amici, vicini di casa. Fu terribile».
Il parto nel bosco. Con l'orrore di quel massacro Hatmone torna nel bosco dove aveva lasciato con alcuni sopravvissuti i figli. Si sente male e, praticamente da sola, partorisce la sua quarta figlia nel bosco. Il tempo per riprendersi dal parto, però, non c'è. «Il giorno dopo ero in piedi e con i miei quattro figli iniziai a camminare verso il confine tra Kosovo e Albania - racconta la donna coraggio - per tre giorni fummo costretti a passare dai boschi per evitare le strade principali che erano bombardate e colpite dalle raffiche dei serbi. Alla fine arrivai a Durazzo e per due mesi ho vissuto ospite di una famiglia albanese». Hatmone e il marito decidono di andare in Italia ma non hanno niente, neppure il passaporto per entrarvi con un regolare visto.
L'arrivo in Italia in gommone. «Mio marito pagò 1000 marchi svizzeri per ogni persona ad una organizzazione criminale che per la traversata in gommone - spiega Hatmone - l'obiettivo era raggiungere la Svizzera, dove mio padre era fuggito dopo aver trascorso 6 mesi di carcere perché, ad un posto di blocco serbo, nella sua auto venne trovato un libro in lingua albanese». L'idea di far salire sul gommone anche i suoi quattro figli, di 5, 4, 2 anni e l'ultima di poche settimane, a bordo terrorizza Hatmone, ma non ci sono scelte. «Partimmo una sera da Valona e io mi chinai sopra i miei figli, sia per proteggerli ma anche per non far vedere loro cosa c'era intorno a loro». In sole due ore Hatmone, Tahir e i quattro figli arrivano a Brindisi dove, solo con un borsone pieno di pannolini e i soldi per il treno, partono alla volta di Como. «Lì fummo fermati dalla polizia, ma per noi fu comunque la fine di un incubo - spiega la donna - mangiammo e pochi giorni dopo arrivammo a Marina di Cecina, alla colonia Santa Maria Goretti. Mi sentii subito a casa, da lì iniziò la nostra nuova vita e nel 2000 il mio quinto figlio è nato all'ospedale di Cecina».
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