Il Tirreno

«L’ho chiamato, ma era già sul fondo»

«L’ho chiamato, ma era già sul fondo»

Il sommozzatore sopravvissuto racconta come ha cercato di salvare l’amico. La disperazione della famiglia

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ROSIGNANO

Daniele Cappanera ha la faccia dell’eroe sconfitto dagli abissi quando la barella sulla quale è disteso entra all’ospedale Santa Chiara di Pisa. “Lele” ha gli occhi fissi verso l’alto, della faccia, coperta da una mascherina che lo aiuta a respirare, si intravedono soltanto le basette e capelli corti. Stretta al petto, per non sentire il freddo, una felpa scura con le maniche penzoloni.

L’amico-collega. Non sono ancora le 14 e davanti a sé Daniele ha oltre tre ore di camera iperbarica per ristabilire il normale livello di ossigeno nel sangue. Ma quello che fa più paura è quello che il sommozzatore di 41 anni si è lasciato alle spalle: l’immagine del collega, riverso sul fondo, a cinquanta metri di profondità e quella risalita a caccia della luce. «Non lo sentivo più respirare - ha raccontato Daniele Cappanera, ancora sotto choc, ai soccorritori - ho provato a chiamarlo via radio ma non ho ricevuto risposta. Allora ho pensato che fosse colpa delle batterie del comunicatore e le ho cambiate. Quando ho capito che non erano quelle mi sono buttato in acqua e sono sceso. Francesco – va avanti – doveva essere intorno ai venti metri massimo venti quattro meri, era in quel punto che dovevamo fare manutenzione. Invece sono dovuto andare ancora più giù per vederlo: l’ho trovato riverso sul fondo, a cinquanta metri di profondità».

La risalita verso l’alto e la prima telefonata alla sala operativa della Questura: «Il mio collega ha avuto un malore – è la registrazione di una voce concitata nelle mani della polizia - fate presto». Per circa quaranta minuti Daniele ha cercato di rianimare l’amico. Poi l’arrivo dei sommozzatori dei vigili del fuoco e della Capitaneria di porto e la corsa fino al porticciolo di Cala de’ Medici dove ad aspettarli c’erano le due ambulanze che hanno portato Vezzani all’obitorio e il collega a Pisa.

La disperazione dei familiari. L’altro pomeriggio Francesco Vezzani, 38 anni, era a casa della madre Giovanna sulle colline di San Miniato, dove il sub morto ieri mattina al largo delle coste di Castiglioncello ha abitato fino al 2005. Prima di trasferirsi a Castelfiorentino dove vive con la moglie Elisa.Un pomeriggio in famiglia. L’ultimo. Perché un tragico destino ha impedito a Francesco di tornare a casa. E ieri alle 14,30 i familiari di Vezzani ancora non erano stati informati del grave lutto. Hanno rischiato di apprendere la notizia dalla tv o dai cronisti : il nome del povero Francesco si poteva leggere tra le notizie sul tragico incidente sul lavoro. La madre, Giovanna Luciana, è nel giardino della villetta dove abita con la figlia Fabiana Simona. Non immagina neppure lontanamente che non potrà riabbracciare il figlio se non nella bara che lo restituirà ai parenti prima del funerale. «È al lavoro - dice la madre della vittima non sapendo ancora quello che è successo -, sono tre o quattro anni che lavora per un’azienda di Rosignano. Fa il sub, è la sua passione. Si occupa anche di installazioni per impianti ecologici. Ieri (l’altro giorno, ndr) era qui da noi, avreste potuto incontrarlo. La sua vita ormai è a Castelfiorentino con Elisa». Ci accoglie al cancello. È in giardino, vicino a una siepe ben curata in un pomeriggio di sole. Uno scambio di poche parole, il nostro. Che termina appena ci rendiamo conto che il pensiero della donna è molto lontano dalla triste realtà. Poco dopo però la tragica notizia le viene comunicata e per lei, come per la moglie e gli altri familiari del giovane sub, inizia un incubo. «Sto andando da mio marito a vedere cosa è successo - dirà poco dopo Elisa, che abbiamo raggiunto al telefono - cercate di capire il nostro dolore, non sappiamo neppure quello che è accaduto. Parleremo dopo, sono sconvolta, non riesco ancora a crederci». Vezzani era originario di San Miniato dove è nato e dove ha abitato fino al 2005 in via Cafaggio sulle colline vicino a La Serra.

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