La manifestazione
«Ci incitavamo poi il silenzio»
Beninati, uno dei sopravvissuti, racconta le ore passate al gelo nell’acqua. «Ancora poco e sarei morto anch’io»
ROSIGNANO
«Quando mi sono reso conto che dalla barca mi avevano avvistato ho iniziato ad urlare e agitare le braccia con tutta la forza che avevo in corpo. Ero allo stremo delle forze e credo che da lì a mezz'ora non ce l'avrei fatta a resistere ancora». Racconta così il suo salvataggio Gaetano Beninati, uno dei due sopravvissuti al naufragio delle Secche di Vada. È visibilmente provato dalle ore passate nel mare di questo gelido febbraio e dalla consapevolezza che un amico non ce l'ha fatta. Ma sta bene e, quando riusciamo a raccogliere la sua testimonianza intorno alle 20, con lucidità ricostruisce nella stanza del pronto soccorso nella quale è sotto osservazione quei momenti drammatici.
Massimo Pardera, l'altro sopravvissuto all'incidente, non ha la forza di parlare. Ha visto morire Wladimiro Trotta - operaio della Serfer all’interno della Solvay - sotto i suoi occhi e solo al padre, che ieri è arrivato alle 18 in ospedale visibilmente scosso, e alla moglie, giunta poco più tardi insieme ad un gruppo di amici, è riuscito a raccontare i momenti del naufragio. «Massimo mi ha detto che ha provato in tutti i modi a sostenerlo, a tenergli la testa sollevata dall'acqua - spiega Beninati - ma Wladimiro era già in uno stato di grave ipotermia. Massimo con una mano si teneva al parabordo e con l'altra cercava di sorreggerlo, ma non c'è stato niente da fare. È terribile».
Wladimiro Trotta ha provato a resistere per oltre tre ore aggrappato a quel parabordo insieme a Massimo Pardera dopo che la barca sulla quale stavano pescando fin dal primo mattino aveva iniziato ad imbarcare acqua. «Eravamo fermi già da un po' e mi sono reso conto che la barca si stava riempiendo d'acqua - spiega il sopravvissuto - con un secchio ho provato a toglierla, ma in un istante la situazione è precipitata. Massimo ha messo in moto mentre Wladimiro a prua liberava l'ancora: per un istante ho pensato di potercela fare, invece è stato l'inizio della tragedia».
La barca, infatti, si impenna, Trotta cade addosso a Beninati e un attimo dopo invita gli amici a gettarsi in mare. «Wladimiro è stato il primo a dirci che ormai non potevamo più restare a bordo - spiega ancora Beninati - a quel punto l'acqua stava già entrando e non siamo riusciti né a dare l'allarme con i telefonini né a prendere i giubbotti di salvataggio. Wladimiro ha preso un grosso parabordo e si è tuffato, seguito subito da Massimo che si è aggrappato con lui». Beninati, invece, resta avvinghiato alla barca. «Prima di buttarmi in mare dovevo prendere anche io uno dei tre parabordi dal lato in cui ero io - racconta il superstite - ho provato a slegare il più grosso mentre l'acqua iniziava a coprirmi la testa. Non ci riuscivo e pensavo di non farcela. Ho provato con un parabordo più piccolo e fortunatamente sono riuscito a slacciare tutti i nodi. A quel punto mi sono lasciato andare». I tre amici vengono divisi dalla corrente: Beninati resta isolato, Trotta e Pardera insieme aggrappati allo stesso parabordo. »Una volta in mare mi sono tolto gli stivali che mi stavano portando in basso - racconta ancora Beninati - non riuscivo a vedere Massimo e Wladimiro ma ci chiamavamo continuamente. Abbiamo parlato tra di noi per due ore e mezzo circa, poi non ho più sentito niente e poco dopo sono stato salvato».
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