Sicurezza
Donna in coma: parla il marito agli arresti domiciliari
«Ero arrabbiato e l'ho spinta per respingere un suo abbraccio»
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Si pente il marito della donna in coma dopo una lite 2 MINUTI DI LETTURA
ROSIGNANO. Ammette di averla «spinta violentement», ma di avere avuto «una reazione ingiusta». Le parole sono di Giuseppe Pappalardo, il muratore di Rosignano di 32 anni finito agli arresti domiciliari per le conseguenze della lite avuta con sua moglie il 29 dicembre scorso. «In questo momento - dice Pappalardo in una lettera inviata ieri al Tirreno - sto vivendo una grande pena, quella che può infliggere una rimorso di coscienza. Detto ciò, sono felice di riferire che mia moglie ha riaperto gli occhi». Pappalardo entra nel merito dell'episodio. «Al momento della lite - scrive il giovane - non abbiamo avuto nessuna colluttazione, ma l'ho spinta (mi piange il cuore dirlo) violentemente, liberandomi da un suo tentativo di abbracciarmi. Di conseguenza lei, scivolava, cadendo all'indietro e sbattendo la testa non in uno spigolo di un comodino, bensì nello spigolo di un pilastro di cemento armato. Le altre tracce di sangue sono conseguenza del mio disperato tentativo di soccorso e di quello successivo dell'ambulanza. Il sangue trovato in altri punti della casa, poi, è quello che avevo addosso dopo che a lungo ho abbracciato mia moglie nell'attesa dell'ambulanza (in che stato d'animo lo lascio immaginare). E Pappalardo entra anche nel merito della telefonata al 118. Telefonata acquisita anche dai carabinieri. «È palese, credo, che in quella fase, un essere umano non perda tempo a raccontare dettagliatamente un fatto del genere ad una centralinista del 118. Avrei avuto modo di farlo davanti ad un magistrato al momento opportuno, come ho personalmente fatto di conseguenza. Ma preciso, tuttavia, che ho spiegato nello specifico alla stessa centralista del 118 che mia moglie era svenuta a terra con evidente perdita di sangue dalla testa dovuta all'urto con lo spigolo di un pilastro di cemento armanto. E invece, incredibilmente, si è presentata un'ambulanza senza medico e ho dovuto attendere troppi minuti considerate le circostanze (esistono i tabulati telefonici della mia telefonata al 118). Tutto questo per far capire che non ho assolutamente niente da nascondere su quanto è successo tra le mura della mia abitazione. Inoltre, potete ben capire che non ho modo di mentire su quanto ho appena scritto perché non sono nella posizione più favorevole per farlo». Pappalardo conclude la sua lettera con un pensiero a suo figlio. «Per ultimo comunico con il cuore in mano che di "quel bambino" citato nell'articolo di giovedì scorso come figlio di una madre all'ospedale, io ne sono il padre (agli arresti domiciliari). E non soltanto lo sposo della persona offesa». Pappalardo dice questo perché «l'ira della mia ingiusta reazione è stata originata soprattutto per questo motivo».
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