Sicurezza
Spaghetti thriller e il lato oscuro diventa romanzo
Maria Meini
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Lo scrittore e la giornalista Maria Meini 4 MINUTI DI LETTURA
Il neorealismo. E Umberto Eco. Dan Brown e la televisione guardona. La recessione svedese e l'outsider Giorgio Faletti. Donato Carrisi spiega il recente successo del thriller partendo dal grande cinema del dopoguerra. I suoi romanzi si inseriscono in un filone (finora) poco italiano. Eppure, assicura il giovane scrittore vincitore del Premio Bancarella con il libro d'esordio "Il Suggeritore", «questo è il nostro momento». E a giudicare dai lettori che lo applaudono come una star e attendono in fila pazienti per guadagnare un autografo sul suo ultimo libro, "Il tribunale delle anime", c'è da credergli. È successo anche a Cecina, dove mister psyco raccoglie numerosi fan tra cui molte donne. Da Stieg Larsson a Dan Brown, come spiega il successo dei thriller e degli psico-thriller? «Io abbasserei il livello. Più che di psicologia, parlerei di spaghetti thriller...» Se è una citazione degli spaghetti western di Sergio Leone il livello lo alziamo... «Sì, prendiamo Sergio Leone. Quando si è avvicinato al western il genere era già finito in America. Lui lo ha trasformato in un oggetto di culto. Il problema dell'Italia è stato il neorealismo. Sembra una provocazione, ma è così, ci ha impedito per anni di dare spazio alla narrazione. Ora però è il nostro momento, finito il boom svedese, in calo gli americani». Lei è specializzato in criminologia: la scrittura è nata prima della passione per il noir o sono cresciute di pari passo? «Io sono un criminologo ed ho un approccio pragmatico. Ma la scrittura è sempre stata il mio lavoro: nasco infatti come sceneggiatore. Ho lavorato a lungo per la televisione. Poi, con una carriera solida in mano, ho deciso di cambiare: ho mandato in soffitta il mio vecchio lavoro, rischiando; la mia ex compagna mi ha dato del pazzo e infatti (ride) mi ha lasciato. Ma avevo una storia da raccontare... ho spedito una mail alla più grande casa editrice (la Longanesi, per la quale ha pubblicato i suoi due libri, ndr) sicuro che non mi avrebbero preso in considerazione, invece dopo poche ore mi hanno proposto un contratto per "Il suggeritore"». La svolta arriva nel 2008, ed è un successo incredibile. Il suggeritore vende 250mila copie, un'enormità per l'Italia, vince il Bancarella e il Prix Polar in Francia... conquista i mercati stranieri, superando le 600mila copie. Come nascono i suoi romanzi? C'è una trama precisa, o un canovaccio abbozzato che viene fuori man mano che la scrittura procede? «Ne ho scritti solo due... Ma la mia formazione di sceneggiatore conta. Io vedo il romanzo, le mie storie sono molto cinematografiche». La cronaca, quanto conta? «Conta molto, offre spunti preziosi. Ma dietro a una storia c'è sempre una lunga opera di ricerca. Il mio è un lavoro da privilegiato: magari la mattina alle 10 mi infilo in un cinema, e quello è lavoro... Quando ho parlato dei penitenzieri nel "Tribunale delle anime", sono andato a visionare gli archivi vaticani. Che sono enormi, una vera miniera per un criminologo. Pochi la conoscono la Penitenzieria vaticana, ma contiene storie fantastiche e illuminanti, perché racchiude le testimonianze dei penitenti raccolte in confessione». Lei dice: è meglio che i cattivi raccontino la storia, seguendo l'esempio di Jeffery Deaver, autore del Collezionista di ossa. Perché? «Mi interessa il punto di vista dei cattivi perché sono loro che costruiscono la storia. C'è un fatto molto interessante: mentre il bene evolve nella società, il male resta sempre uguale a se stesso. Nei faldoni della Penitenzieria ci sono racconti di omicidi, antesignani dei contemporanei serial killer, che dicono esattamente le stesse cose dei criminali moderni». Roma, i cacciatori del buio, gli indizi scovati nell'ombra, i segreti del Vaticano... sono gli ingredienti del suo ultimo romanzo. Lei che dice di essere l'anti Dan Brown non ne sente comunque l'influsso? «No, io mi sono allontanato dalla Roma turistica di Dan Brown, ho raccontato una città misteriosa, oscura. E ho preso spunto da un racconto che mi fatto un tenebroso signore. Un giorno mi ha dato appuntamento in piazza Navona e mi ha detto della sparizione di una bambina. Ho pensato: questo è lo spunto per la mia storia, e ho accantonato l'idea su cui stavo lavorando». Che diventerà il terzo romanzo? (ride) «Vediamo...» Ha detto anche che il tatuaggio sul petto del pluriomicida Jeremiah del Tribunale delle anime è un omaggio a Faletti. Ma che il vero antesignano dello psicothriller in Italia è Umberto Eco col Nome della rosa. Eco è un filosofo.. «Ma Il nome della rosa è davvero il primo thriller italiano, peccato che Eco abbia cambiato genere. Quanto a Faletti è lui l'apripista, purtroppo in Italia non ti perdonano il passato. A lui non perdonano di essere stato un comico popolare». Vendite eccezionali, successo immediato: immaginava che i suoi romanzi avrebbero avuto così tanta fortuna nel pubblico? «Me lo auguravo, sì». Il suggeritore diventerà un film. Quale regista e cast le piacerebbe? «Non posso anticipare niente. Un po' di scaramanzia non guasta». Dove scrive i suoi romanzi? Deve verificare l'ambientazione? Ha mai paura dei fantasmi quando scrive? «Mi sono accorto che le mie storie sono inquietanti quando i miei genitori sono venuti a trovarmi a Roma, e si sono chiusi in camera a chiave. Io sono pugliese, uno dei posti in cui scrivo è il trullo della mia famiglia. Ma ogni luogo, ogni città ha un lato oscuro da raccontare».
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