Il Tirreno

Trielina nei pozzi, assolti i Massini

Alessandro De Gregorio
Trielina nei pozzi, assolti i Massini

Inquinamento «di proporzioni enormi» ma sono mancate le prove

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 CECINA. Uscendo dall'aula del tribunale si è voltato verso il pubblico sorridendo beffardo, lanciando un bacio e innescando le prevedibili reazioni. Giacomo Massini, 38 anni, ha festeggiato così la sentenza di assoluzione appena pronunciata nei suoi confronti e in quelli del padre Roberto (70). Assolti dall'accusa di avvelenamento di acque destinate all'alimentazione, in base al secondo comma dell'articolo 530 del codice di rito: perché il fatto non sussiste. La vecchia insufficienza di prove.  Assolti perché così aveva concluso lo stesso pubblico ministero Antonella Tenerani. Assolti nonostante le conclusioni degli avvocati di parte civile e in particolare quelle dell'avvocato Andrea Di Bartolo, autore di una vera e propria requisitoria.  Assolti perché, questo il succo, indagini e processo sono stati impostati nel modo sbagliato. E' stato un processo ai bidoni trovati sui terreni della ex conceria Massini. «Bidoni che non possono aver sversato trielina in quantità tale da causare un inquinamento di proporzioni così enormi» ha concluso lo stesso pm. Perché su questo punto, purtroppo, c'è stata una convergenza totale. Lo hanno ammesso tutti: accusa, difesa, parti civili. L'inquinamento è «enorme». Probabilmente lo scriverà anche il giudice Antonio Del Forno nelle motivazioni, per il deposito delle quali si è preso 90 giorni. L'avvocato Di Bartolo e il collega Enrico Baldi, legale della Regione, attendono quelle motivazioni per decidere se impugnare o meno. Sarà dura però rovesciare una sentenza che ricalca le conclusioni di un pm; e che, una volta passata in giudicato, costerà cara a chi non c'entra niente. L'avvocato Baldi proprio ieri mattina ha depositato il piano definitivo di caratterizzazione, cioè la fase due. Fin qui la Regione ha pompato solo una parte di trielina, ma c'è da bonificare tutta la zona sia andando in profondità nella falda che eliminando le sostanze gassose dai terreni. Serviranno oltre 4 milioni. Soldi che, in caso di condanna, la Regione avrebbe preteso dai responsabili e che ora invece chiederà ai cittadini.  «Questo fascicolo è passato troppe volte di mano in mano - ha esordito il pm Tenerani - Alla fine sappiamo solo che nel 2004 ci si accorge della trielina nella falda. Ma non si individuano le fonti, solo i punti di concentrazione più alta e in particolare due, guardacaso una ex conceria e una ex lavanderia industriale che in passato facevano largo uso di quelle sostanze. L'unica a finire sotto inchiesta però è l'ex conceria perché su quei terreni vengono trovati dei bidoni. Ed è il primo errore. Il consulente tecnico Russo ci dice che nella falda c'è un inquinamento di proporzioni talmente ampie che non basta un percolato, ma aggiunge che non si è stati in grado di risalire alle origini. Ci si è affidati al progetto di bonifica ma non sappiamo come operavano la conceria e la lavanderia, come venivano usati e smaltiti i solventi. C'è stato un rimpallo di competenze, anche in aula. Bisognava indagare meglio». Di qui la richiesta di assoluzione.  «Le indagini sono state fatte e anche bene - ha obiettato l'avvocato Di Bartolo - abbiamo relazioni di Asl e Arpat, sopralluoghi e testimonianze. Sappiamo che la conceria sgrassava e lavava le pelli con Pce e Tce, mentre la lavanderia usava Pce a ciclo chiuso. Sappiamo che l'inquinamento ha riguardato falda e terreni. Quanto ai bidoni, basta un semplice calcolo. Paolo Sani, consulente della difesa, ha parlato di tre chili di sostanza pura per ogni bidone. Moltiplicato per 80 bidoni, alcuni pieni e altri no, abbiamo 160-240 chili. Mi accontento del 30%: dai 55 agli 80 kg. E mi tengo basso: 55 kg. Se 200 kg inquinano otto milioni di metri cubi di acqua, 55 kg ne contaminano 2,2 milioni. Sapete quanta acqua pompa in un anno l'acquedotto di Cecina? 2,2 milioni di mc. E se metà di questa trielina non ha raggiunto la falda, l'altra metà è rimasta intrisa nel terreno tanto che ora dovranno eliminarla pompando aria calda. Stiamo parlando di sostanze cancerogene. E i Massini sapevano».  «Intanto Roberto Massini non è socio della Erre Emme sas - ha arringato l'avvocato Enrico Marinai - e Giacomo non ha responsabilità, lui acquistò all'asta solo i terreni. E' stato definito proprietario incolpevole sia in sede di conferenza dei servizi che, in via amministrativa, dalla Regione. La lavanderia utilizzava quei solventi 30 volte tanto rispetto alla conceria, eppure non è finita sotto inchiesta. L'Arpat stessa ci dice di non escludere che la lavanderia sia stata una concausa dell'inquinamento. Non lo esclude nemmeno la Regione. Nessuno ha provato che i bidoni abbiano causato quell'inquinamento. La responsabilità c'è: è nell'attività pregressa della conceria e della lavanderia. E dell'inquinamento sono preoccupato anch'io, da cecinese. Ma non era questo l'oggetto del processo».  

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