Il Tirreno

In tribunale. Il caso risale al dicembre 2008, in una abitazione di via Vecchia livornese

Morì per overdose a 22 anni

Morì per overdose a 22 anni

I due imputati scelgono l'abbreviato, la mamma sarà parte civile

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LIVORNO. Jacopo Conti avrebbe ceduto l'eroina, mentre Maria Paola Lovati avrebbe chiamato il 118 quando ormai era tardi per salvare Clarissa Pirrone lasciata morire a 22 anni in una casa di via Vecchia livornese a Cecina. Era il 17 dicembre del 2008. I due indagati ieri hanno chiesto e ottenuto di essere giudicati con il rito abbreviato. Il giudice ha fissato per il prossimo 15 febbraio l'udienza nella quale è attesa anche la sentenza e dove la madre della ragazza si è costituita parte civile. Secondo la ricostruzione degli inquirenti coordinati dal pubblico ministero Gianfranco Petralia, Conti, 50 anni, difeso dall'avvocato Enrico Marinai avrebbe venduto la dose mortale di eroina. Mentre la Lovati, 49, che si è affidata a Massimo Tuticci, era amica della vittima e dopo la dose killer avrebbe cercato di depistare le indagini ripulendo la casa e spostando addirittura il cadavere.  Intercettazioni telefoniche, i risultati dell'autopsia, gli interrogatori e mezze ammissioni, questi gli ingredienti che hanno portato nel luglio scorso alla richiesta di rinvio a giudizio presentata al giudice Beatrice Dani.  È stato infatti anche per mezzo delle intercettazioni che gli investigatori hanno chiuso il cerchio attorno a Conti e Lovati.  I fatti risalgono alla mattina del 17 dicembre 2008, pochi giorni prima di Natale. La vittima, che lavorava come banconista in una pizzeria, quel giorno era insieme alla Lovati. Questo non lo dicono soltanto le indagini ma fu la stessa Lovati ad ammetterlo quando fece scattare l'allarme. Perché fu lei a telefonare al centralino del 118 chiedendo che fosse inviata un'ambulanza. Del resto la giovane fu trovata a casa sua, in via Vecchia livornese. Sul letto, ormai morta.  Sulle prime si parlò di sospetta overdose da cocaina. Accanto alla ragazza, su un comodino, la polizia trovò alcune cartine stropicciate con tracce di polverina bianca. Non era coca ma eroina, e questo lo si è appurato soltanto in un secondo momento. Eroina che sarebbe stata assunta da tutte e due le donne, non attraverso endovena ma ma sniffata o fumata.  Quel giorno stesso la Lovati fu sentita dalla squadra anticrimine mentre il magistrato di turno, la dottoressa Carla Bianco, inviò il medico legale che condusse un'ispezione esterna. Pochi giorni dopo il dottor Papi fu incaricato di eseguire un'autopsia vera e propria, oltre alle analisi tossicologiche sulle sostanze contenute nelle cartine.  La Lovati fornì una versione che non convinse gli agenti. Fu messo sotto controllo il suo telefono, vennero acquisiti i tabulati telefonici delle due donne, si studiarono le celle.  Così durante le indagini balzò fuori il nome di Conti, ritenuto come dicevamo quello che cedette l'eroina alle due amiche. La Lovati stessa, da persona informata sui fatti, diventò indagata: fu accusata di aver alterato lo stato dei luoghi (avrebbe eliminato quasi ogni traccia di stupefacente dall'abitazione) e addirittura di aver spostato il cadavere. La polizia sospettò che la vittima fosse morta non sul letto ma sul divano o addirittura in auto. Con la scelta del rito abbreviato, in caso di condanna, i due avranno uno sconto di un terzo e non dovranno mai dire cosa accadde davvero quel giorno. F.L.

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