Il dolore
Trielina nei pozzi. Tra dieci giorni la fine del processo, in strada la protesta del comitato
Inquinamento, la sentenza di Natale
Alessandro De Gregorio
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Lo striscione di protesta del comitato «Trielina no grazie» Mancava un consulente, sospesa la prescrizione, tutti in aula il 23
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CECINA. La sentenza verrà emessa l'antivigilia di Natale. Sarà un regalo per qualcuno, un incubo per altri. Era prevista ieri, ma l'udienza è saltata per l'assenza di un consulente della difesa. Fuori dal tribunale, il comitato «Trielina no grazie» ha appeso un nuovo lenzuolo di protesta. C'era scritto: «Senza un colpevole pagheranno solo gli innocenti». Gli innocenti sarebbero i residenti di Poggio Gagliardo, proprietari dei terreni sotto i quali scorreva acqua avvelenata dalla trielina, poi bonificata dalla Regione che ora presenta il conto. A chi? Agli stessi residenti nel caso in cui il processo che sta per concludersi non produca un responsabile. Ieri era presente uno dei due imputati, Giacomo Massini. Lui e il padre Roberto sono accusati di avvelenamento di acque destinate all'alimentazione. Roberto Massini oggi possiede un centro commerciale. L'ha costruito proprio dove aveva la conceria, che poi fallì. Quando chiuse la conceria, immobili e piazzali furono acquistati all'asta nel 2001 dalla Erre Emme sas, stesse iniziali di Roberto Massini (che infatti è accusato di esserne stato socio) ma amministrata dal figlio Giacomo. Ecco, la vicenda giudiziaria comincia poco dopo, nel 2004. Parte da una segnalazione della Solvay, che mette in moto Asa e poi Arpat. L'agenzia regionale accerta l'inquinamento della falda. Sui terreni della ex conceria i carabinieri del Noe trovano 80 fusti contenenti liquidi scarto del processo di lavorazione conciaria e cinque vasche di raccolta per reflui. L'ex conceria, pur essendo chiusa da oltre dieci anni, viene indicata come una delle fonti principali dell'inquinamento dei pozzi perché ha continuato a stoccare nel piazzale contenitori pieni di residui della lavorazione della pelle. Al processo, la difesa ha sempre ribadito che quei fusti potevano aver sversato pochi chili di trielina, niente al confronto delle tre tonnellate di solventi che la Regione (attivata dal sindaco Aurelio Pellegrini) ha poi pompato dalla falda. Regione che per lo spurgo e la bonifica dei pozzi ha speso quattro milioni e ora li vuole indietro. Per questo si è costituita parte civile. I Massini sono gli unici finiti sotto processo. Va detto però che su Poggio Gagliardo insisteva anche una lavanderia industriale, la Rapida. All'epoca delle indagini il dottor Giuseppe Russo, incaricato dalla Procura, si concentrò su un'area compresa tra quattro pozzi (Giannelli, Intermare, conceria Massini e La Rapida) dove le analisi accertarono un altissimo concentramento di Tce (tricloroetilene) e Pce (tetracloroetilene): oltre 5.000 microgrammi (il limite è 10) per litro di acqua. Al processo, Russo ha detto che «la sorgente dell'inquinamento può essere anche il materiale contenuto nei fusti, ma ci dovrebbe essere qualche altra cosa». Chiunque sia stato ad avvelenare i pozzi, è stato ripetuto anche questo in aula, un inquinamento del genere non si produce con la sola percolazione attraverso il terreno ma con lo scarico diretto. Ma anche la Regione, nel piano di caratterizzazione, non è stata in grado di individuare le fonti di contaminazione. Però batte cassa. E tanta gente teme la beffa, oltre al danno. Ieri era in programma l'ultima deposizione, quella dell'ingegner Riccardo Toloni. Ma il consulente della difesa ha inviato un fax alla cancelleria giustificando la propria assenza con un impedimento. E siccome l'avvocato Enrico Marinai ha insistito per la sua audizione, il giudice è stato costretto a rinviare disponendo la sospensione della prescrizione. Appuntamento alle 9 di venerdì prossimo, 23 dicembre.
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