Il Tirreno

Ma non c’è la corsa allo sportello come anni fa. «Clienti prudenti, investimenti a breve termine»

La crisi resuscita i Bot-people

La crisi resuscita i Bot-people

Titoli di Stato oltre il 6%: scatta il richiamo per i piccoli risparmiatori

3 MINUTI DI LETTURA





Volano i tassi d'interesse dei Bot. All'ultima asta hanno superato i sei punti percentuali (6,087 per cento). Una vetta altissima, mai raggiunta dall'introduzione dell'euro ad oggi e superata - l'ultima volta - ben 14 anni fa. Tornano alla memoria i Bot-people, quell'esercito d'investitori soprattutto anziani che negli anni'80 affollava gli uffici di credito delle banche. Risparmiatori pronti ad investire i loro soldi in titoli di Stato.  Al tempo (1983) i Bot volavano ad altezze anche tre volte superiori rispetto a quelle odierne (fino al 18 per cento). Un rendimento, però, formale, visto che l'inflazione faceva la sua parte mangiandoselo quasi tutto.

L'equazione era perfetta: Bot uguale rifugio sicuro. In realtà, era la grande finanza a lucrarci sopra. Lo stesso accadrà oggi: basti pensare che l'attuale debito pubblico tricolore è in mano alle famiglie italiane solo per il 14 per cento. Il rimanente 86 resta alla mercé dei grandi investitori, molti stranieri. Oggi, che l'incremento del differenziale (spread) tra i titoli tedeschi e quelli italiani ha raggiunto distanze record e che il rendimento dei Bot ha superato il 6 per cento viene naturale ipotizzare una corsa dei risparmiatori agli uffici titoli. Ma, lo sperato arrembaggio non c'è stato. 

«Non mi risulta che ci sia stata una corsa ai Bot - dice Fabrizio Mannari, direttore del Credito cooperativo di Castagneto Carducci - la clientela è prudente e cerca investimenti a breve termine. La situazione economica spaventa molto».  I tecnici non lo dicono volentieri, ma c'è anche il rischio che con un tasso così alto, soprattutto in questo momento, lo Stato non riesca a pagare tutti e possa tagliare le rendite in corso d'opera, diminuendo il valore dei titoli. Una specie di "mezzo default" di cui più volte si è parlato.  «Un rendimento così aggressivo e a lungo termine spaventa - continua Mannari - e la tendenza, oggi, è di scegliere delle rendite minori ma a sei mesi o al massimo un anno». 

Insomma, la percentuale alta sembra non bastare da sola come chiave per l'acquisto. «In finanza c'è una regola - dice un alto funzionario di banca che chiede l'anonimato - si traduce in alto rendimento, alto rischio. L'innalzamento dei titoli statali è una conseguenza dell'alto debito pubblico che a causa del differenziale con la Germania si è deprezzato e di brutto. In realtà, la situazione è devastante perché lo Stato, già in difficoltà, dovrà pagare le nuove emissioni. Si è creata la particolare situazione in cui i tassi ufficiali (gli Euribor e quelli della Bce) si abbassano mentre quelli italiani lievitano. Ripeto, la situazione è abbastanza esplosiva.

Basti pensare che in Argentina, prima del defalut, i tassi arrivarono a quota 8 per cento». Va anche detto che molti tecnici ritengono che la situazione nostrana sia molto diversa da quella di Argentina e di Islanda. «Un crac italiano? - commentava un banchiere livornese nei giorni scorsi - E' impossibile. Siamo troppo grossi e interconnessi con il mondo sia per chiamarci fuori (come l'Islanda) sia per fare il botto». Almeno, per i prossimi anni. Ecco perché oggi il mercato consiglia investimenti a breve termine.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa