Il dolore
E il velista per caso è arrivato in Spagna «Due mesi in mare»
Rino Bucci
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Andrea Cappugi a destra con un amico 3 MINUTI DI LETTURA
CECINA. La barchetta - neanche cinque metri - è entrata nel porto olimpico di Barcellona nei primi giorni d'agosto, spinta dal vento di sud-est. «Un bel portante violento. Come se Eolo mi avesse voluto dare un aiutino. L'ultimo giorno ho percorso più di 30 miglia». «Avevo il timone rotto e tanta stanchezza addosso». Andrea Cappugi è arrivato. Fiorentino di 39 anni, era salpato dal centro Spot One alle Gorette il 28 maggio. Un viaggio verso la Spagna dove abitano alcuni amici evitando auto, treni o voli low cost. Unico mezzo, la sua vecchia deriva a vela, una Alpa Esse degli anni'80. Niente tecnologia o bussole, Andrea ha navigato seguendo la costa a vista e fermandosi ogni sera a dormire in spiagge, calette o in barca. Ha ascoltato il silenzio, incontrato persone, visto albe e tramonti. È arrivato dopo 66 giorni. Chiunque avrebbe esultato. Ma lui, Robinson in cerca della sua isola, non lo dirà mai. Due mesi in mare. «Il viaggio. È l'unico modo che conosco per rispondere al desiderio di ricerca che sente ogni uomo. O almeno, è il mio modo», dice. Negli anni della velocità, del mordi e fuggi, di rapporti che vanno e vengono, Cappugi ha scelto la lentezza che scandisce le relazioni. Si è lasciato alle spalle la laurea in agraria e un impiego da informatico a Firenze ed è partito all'avventura. «Non volevo sentire la necessità di arrivare». Sono state tante piccole tappe che si incastonano nel puzzle della scoperta. «Il primo giorno da Cecina sono arrivato a Quercianella. Poi c'è stata la Versilia e la Liguria con Lerici. In quei giorni fui sorpreso da una tempesta. Riuscìi a riportare la barca riva, aprire la tenda era impossibile così me la sono messa in testa. Però, ero felice». Gli incontri. Le persone, la loro disponibilità, l'amicizia. È stata questa per Cappuggi la parte più bella del viaggio. «Quando ti imbarchi in un'esperienza del genere devi lasciarti andare lungo il corso degli eventi, perdi il controllo, sei nelle mani degli altri. Io un aiuto, anche nei momenti più difficili, l'ho avuto. Sia in Italia che in Fracia e Spagna. Come quando a Santo Stefano al Mare, vicino Imperia, entrai in un porticciolo. Mi lasciarono ormeggiare tra gli applausi». Poi arrivò un uomo, «si chiama Mimmo Navone. Mi chiese dove avrei dormito, dissi che sarei rimasto in barca con il sacco a pelo. Mi rispose che un marinaio deve riposare. Era un vecchio nostromo, la sera abbiamo parlato di mare e la mattina zappato l'orto insieme». Altra esperienza a Cannes. «Entrai nella Croisette con la barca, proprio dove organizzano il festival. Avevo delle parti dell'albero rotto. Pensai che mi avrebbero buttato fuori nel giro di 5 minuti. Non solo arrivò un ragazzo, Philippe, che mi prestò il furgone per custodire i miei oggetti, ma nel giro di un giorno la barca era già a posto». Poi ci sono gli amici, «non mi hanno mai lasciato solo. Non hanno esitato a farsi anche mille chilometri per passare qualche giorno in mia compagnia». E ora? Arrivato a Barcellona quale sarà la sorte di Cappugi? «Non lo so. Non ho mai fatto programmi. Due giorni fa ero a scalare le rocce nel Montserrat. Tornare a casa? Semmai vorrei continuare ed andare avanti. Ma la barca è per metà di un amico e io ne ho approfittato anche troppo. L'unico problema è trovare un modo per farla tornare indietro».
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