Il Tirreno

STORIE DI TEATRO

I big che animavano il De Filippo

Carlo Rotelli
Toni Servillo
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Toni Servillo

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 CECINA. Giorgio Albertazzi al De Filippo. Ancora giovane, recitava nella «Governante» di Italiano Brancati, ed era approdato nella sala locale a metà degli anni Novanta in una delle tante stagioni teatrali in cui non pochi degli artisti più significativi calcavano la scena dell'unico teatro dedicato in Italia al grande Eduardo. Venne in anteprima sul proscenio è chiese sommessamente al pubblico di «usare la fantasia» perchè l'angustia del retropalco non aveva permesso di collocarvi la scena con la visione di uno scorcio romano col cupolone. Fu comunque una sera indimenticabile con Giorgio in grande spolvero, il pubblico rapito dalla bravura dell'artista.  Ma non fu la sola volta in cui gli artisti più noti comparvero nella sala teatrale che, costruita quasi per scommessa nella vecchia aula magna del liceo, aveva finito per costituire un punto di riferimento per il teatro della costa. Era venuto anche l'ormai anziano Salvo Randone nella pièce pirandelliana «Pensaci Giacomino». Anziano, ma ancora pervaso dal demone dell'attore, Randone rievocava nella sua recitazione i passi più virtuosi di una carriera straordinaria. Ed Anna Proclemer, che aveva rotto ormai il sodalizio con Albertazzi, venne ad interpretare «il padre» di Strinberg.  Per non parlare della venuta di Toni Servillo con la sua compagnia napoletana (c'era anche un giovanissimo Sorrentino) in quel capolavoro drammaturgico che era «Zingari». Ed Ugo Chiti con le sue prime opere toscane.  E Geppy Gleieses, quando ancora non conosceva Marianella Bargilli, che riuscì nel movimentatissimo «albergo del libero scambio» a cavarsela nello stretto ambiente della sala cecinese.  Passavano anche di quando in quando Ugo Pagliai e Paola Gassman il cui successo in zona era assicurato dalla visibilità in Tv, ma che piacquero molto al pubblico locale nel pirandelliano «l'uomo, la bestia e la virtù».  Nè mancavano al De Filippo le esperienze più avanzate, le sperimentazioni più ardue. Venne Dario Marconcini, fondatore del Centro pontederese, con i suoi "maggianti"e lavorò a lungo su quel palco con Marco Leone, nei suoi primi anni di esperienza attoriale, quell'Antonio Latella, che oggi è considerato uno dei registi più significativi del teatro europeo.  Una sera, in una delle prime stagione degli anni Ottanta quando il De Filippo era agli esordi arrivò Giovanni Testori con un «Oreste» dell'Alfieri che aveva realizzato facendo recitare gli attori, quasi immobili sul proscenio, bloccati in un taglio "tragico"di non comunicazione tra loro. Nella sala pochi assistettero a quel miracolo d'arte. Ma era un segno importante. Una sala che porta il nome di Eduardo va ogni tanto onorata con qualcosa di significativo, di artisticamente rilevante. Più tardi in una regia di Luca Ronconi l'attrice Franca Nuti dava vita alla "donna di dolori" di Patrizia Valduga, mentre Franca Rame per la regia di Dario Fo recitava "settimo ruba un po'meno". E non mancavano al De Filippo nemmeno le stagioni concertistiche. Negli anni 90 musica classica e jazz, tanto che in un concerto jazz "coalition" esordiva alla chitarra Corrado Rossetti.  Negli spettacoli fuori abbonamento ecco nel '92 un «Birdy» di William Warton con Marco Leone e Antonio Latella, mentre l'Ars Nova di Livorno si esibiva con la "giostra dell'assurdo". E come non ricordare, nel progetto Eduardo, quel maestro del nostro teatro locale, Mario Sermoni, alla direzione dell'«arte della commedia» col gruppo degli "artigiani del teatro"?

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