Il Tirreno

Floriano Pagliara racconta il suo lato più privato: quelle foto da bambino mi hanno fatto capire la mia strada

Avevo un sogno, e mi ha salvato

Maria Meini
Avevo un sogno, e mi ha salvato

L'America mi ha fatto crescere, ma è l'amore che mi dà la spinta giusta

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Cominciamo dal lieto fine: dall'ultimo capitolo della tua storia, che in realtà è un inizio. La vittoria davanti al tuo pubblico a Cecina, il pianto e l'abbraccio liberatorio con Stefania, la tua ragazza. Come continua il sogno di Floriano? «La mia carriera sportiva continua tornando in America. Dove per dedicarmi all'incontro di luglio ho lasciato la casa e il lavoro. Ora riparto, come la prima volta, ricominciando da zero, ma stavolta ho la cintura e qualche amico in più. Per il resto sarà uguale: piedi in terra e si vola basso perché se qui ora, tra virgolette, posso essere qualcuno, con questa cintura, là invece è un altro mondo, non sono nessuno. Ma va bene così: tornare in America mi riazzera, mi fa tornare coi piedi per terra, anche se penso di esserci sempre rimasto, di essere abbastanza maturo per affrontare anche le vittorie. E ripartire con il coltello fra i denti».  Il tuo motto è "L'uomo che combatte non conosce sconfitta". Gli americani dicono; "Non importa quante volte cadi ma come ti rialzi". È il tuo sogno americano? «Sì, il fatto di essere tornato a combattere, e vincere, a Cecina, dopo una caduta davanti a tutti mi ha fatto capire molte cose. Mi ha maturato come persona, perché la prima sfida è davanti a te. Per questo ho deciso di tornare davanti alla mia gente, e rischiare tutto, con un match anche più difficile del precedente. La vita mi ha insegnato questo: che anche quando ti sembra l'ultimo match ti devi rialzare, perché non è forte chi non cade ma chi cade e si rialza. C'è stato l'America, il mondiale, Las Vegas, il ritorno a Cecina. Mai dire mai, l'importante è crederci, essere il primo promotore di te stesso» Quanto conta l'amore per il ragazzo che sogna? «In certi momenti è fondamentale. Soprattutto se l'amore che ti sta accanto condivide il sogno con te. E la cosa più bella è che ti senti forte perché non sei solo a credere in te stesso, c'è qualcuno che ci crede, non solo a parole ma nei fatti, perché c'è una persona che ti sta accanto e ti cura».  Stefi riprende l'intervista con un iphone. È emozionata, protettiva, ma solare. Ogni tanto interviene.  Stefania è la fidanzata-manager? «Sì, ha curato la mia dieta, il mio stato d'animo, le mie energie, ha fatto l'esperienza pugilistica dentro di sé, l'ho capito negli ultimi giorni, mi ha fatto da manager, mi ha obbligato a spengere il telefono il giorno prima dell'incontro, sapeva benissimo cosa cucinarmi, io non dovevo chiederle niente».  Cosa ti cucinava? «Fiocchi d'avena la mattina, pasta integrale a pranzo, ogni tanto il contentino se andava bene il peso: crostata di farina integrale home made con marmellata di Lalla, mia suocera Lavinia, senza zucchero. Poi però dopo l'incontro ho preso sei chili in sette giorni. Non ho più smesso di mangiare...» Cosa hai voluto mangiare per prima cosa dopo l'incontro? «Pizza dolci cioccolato pasta con soffritto... fritto di pesce: sono goloso e ho recuperato!» Tu e Stefania state insieme da sette anni. Mentre tu vivevi a New York, lei era a Bolgheri. È vero che ti spediva i suoi dolci? «Sì, ed era come averla lì. Il pacco l'aprivo davanti a a lei, su Skype. Era come un abbraccio».  La prima volta che siete andati a New York Stefania ti ha regalato il biglietto per la Gleason's, la palestra dei campioni in cui ti sei allenato. È stata lei a spingerti? «Siamo andati in vacanza con un'altra coppia. Io non ero tanto felice, poi ho letto che c'era la palestra dei campioni e così lei mi ha regalato il biglietto».  Stefania, a te piace la boxe? O ti piace perché Floriano è un pugile? Stefania. «Prima non la conoscevo». Floriano. «È entrata in questo mondo, a volte mi racconta degli incontri che si combattono in Italia».  Riesci a guardare Floriano mentre boxa? «Paura ce l'ho, però è più forte la fiducia che ho in lui».  Vi siete conosciuti quando sei tornato dal ritiro con la nazionale. Ci racconti quando le hai regalato il cavallo? «Stefania si laureava, aveva già due cavalli, ma uno era morto, io pensavo a un bel regalo da farle perché se lo meritava. Al bar parlai col padre di un mio amico e gli chiesi di un maneggio. Mi dette il numero di un allevatore di Bolgheri, che conosceva la famiglia di Stefania e mi dette una mano a scegliere il cavallo e a portarlo davanti a casa per la sorpresa. Quando Stefania tornò dall'Università era nel van che l'aspettava».  È un mezzosangue sauro con una stellina in fronte, che Stefania ha chiamato Baby Flo.  Avrai speso molto. «Mi preparo sempre prima quando si avvicina il tempo dei regali, non voglio arrivare all'ultimo momento».  Nella tua leggenda di pugile non manca niente: a 18 anni hai avuto un problema con la giustizia per una rissa in cui sei rimasto coinvolto. Una storia finita bene: a distanza di tanti anni che cosa ti è rimasto di quell'esperienza? «Non voglio essere retorico, ma penso proprio di aver cambiato pagina, ho visto il massimo del peggio, ho detto mai poi e mai più. La mancanza di libertà è la cosa più brutta, ti uccide l'anima, ma è l'emarginazione sociale la cosa peggiore. I genitori degli amici che cercano di allontanarti dai figli. Il timore di dover lasciare la boxe. Mi sono accorto quanto mi piaceva il pugilato, perché mi chiesero di stare lontano per un po'».  Si volta completamente pagina. Qualche anno dopo una ragazzina delle elementari del Palazzaccio, Giada, scrive in un tema che l'evento che più l'ha colpita è stato un match di boxe che ha seguito alla tv insieme a suo padre perché c'eri tu che combattevi. Poi c'è l'attestato della Boxe cecinese, che hai contribuito a far rinascere. «Penso di essere stato di stimolo e di esempio anche per tanti giovani, tanti campioncini come Mastromatteo, che mi hanno detto più volte di aver cominciato perché hanno visto me». Una bella responsabilità... «Sì, è così. Una volta al bar dei Bersaglieri ho visto un ragazzo che ciondolava, è uscito a farsi una canna poi è tornato a bere una birra, era annoiato, mi faceva male vederlo stragiato così a 16 anni. Mi disse "Non ho voglia di niente, Floriano, i sogni non esistono". Allora ho capito che è la noia che distrugge i giovani, la mancanza di speranza. Io mi sento fortunato perché nella vita ho capito che cosa mi piaceva fare, e avere un sogno da inseguire è fondamentale». Tu hai perso la mamma da ragazzino drammaticamente. Pensi a lei quando sei sul ring? «La penso sempre, indipendentemente dal pugilato. La mattina dell'incontro sono stato al cimitero: uno dei motivi che mi pesano nello stare lontano da Cecina è che devo stare lontano da lei, non poter andare a trovarla al cimitero dove è sepolta è un dolore».  Quando hai abbracciato Stefania sul ring a fine incontro, c'era anche lei? «Sì, lei è sempre accanto a me». Si ferma, è commosso. «Manca, non c'è niente da fare, manca manca. Ma è la vita e si deve combattere».  È per questo che hai scelto la boxe? «Sicuramente andavo un po' a sfogare l'incazzatura che avevo con la vita. Credo molto nel destino e a volte mi chiedo se mia madre sarebbe contenta di me, perché non era per la violenza. Ma poi mi dico che lo sa che non lo faccio con violenza, c'è sempre rispetto per l'avversario. Allora penso che avrebbe fatto come Stefania, avrebbe capito e alla fine si sarebbe appassionata». La boxe è come la vita? «Sì... ci sono momenti in cui devi dare tantissimo per avere poco, altri momenti in cui devi dare e non pretendere niente, anche se hai dato più delle altre volte e pensi di meritare qualcosa. Anche la vita è così, a volte ti butti anima e corpo, ti meriteresti proprio di avere un piccolo premio, invece niente. A volte dando meno ti ritorna tutto insieme quello che hai dato, perché la mia idea comunque è che alla fine il sacrificio paga sempre.  «Ed è vita anche nel senso che ti deve mettere in gioco con te stesso, affrontare le paure credere in te, essere il primo promotore di te stesso. Questo me l'ha insegnato l'America. E poi, sul ring come nella vita, tutti i giorni c'è un incontro, uno scontro e che tu vinca o perda ci vuole rispetto per l'avversario e sul ring questo te lo insegnano, nel pugilato non dai un cazzotto per fargli male ma per vincere. E ti dispiace per chi perde, perché tutti abbiamo perso, però pensi oggi è toccato a lui, domani chissà; migliorerà come uomo se accetterà la sconfitta». Da bambino stavi già in guardia mentre posavi per le foto di famiglia, dicevi che non ti importava del pallone. Avevi già la boxe nel sangue? «Sono caduto in depressione dopo il match perso in Italia, perché non sapevo cosa dovevo fare nella vita, mi sentivo troppo pugile e interrompere così la carriera con una sconfitta non mi andava proprio. E' così che mi è venuto lo stimolo per partire per l'America. Ma la scintilla è stato proprio un video di quand'ero bambino, un vecchio filmino super 8. Dentro ci ho trovato quell'immagine, la boxe non l'avevo mai fatta, lì avevo 6 anni e mi ero messo in guardia, all'asilo avevo fatto una recita coi guantoni, volevo diventare un campione. Mi dissi: il pugile qui c'è».  E sei partito per gli Usa? «Cercavo una conferma, mi dissi non può finire così, tante cose le ho fatte non so come non so perché, ma qualcuno mi ha spinto proprio a pedate nel culo. L'America mi ha insegnato a superare l'insicurezza, che mi levava un po' l'energia. Ora invece prima dell'ultimo incontro in macchina con Stefania si cantava, mezz'ora prima di partire si parlava di spaghetti alle vongole. Tre anni prima c'erano il rito, le superstizioni».  Non hai più scaramanzie? «Non come prima, l'unica cosa che non sopporto più sono gli auguri, non è il mio compleanno. Mi devono dire in bocca al lupo». Floriano l'italiano, ha origini pugliesi, è nato in Germania, è cresciuto a Cecina; quanto si sente americano? «50 e 50. Per mentalità mi sento molto più americano. L'italia è un paese conservatore, io d'animo sono progressista e l'America è molto progressista».  Quanto vale quella cintura? «Tutto l'amore del mondo... vale lei, Stefania, che è tra le cose più importanti che c'ho. Ma vale niente: per quello che voglio io è solo un piccolo gradino davanti a una scalinata, però vale tutto quello che abbiamo fatto finora io e Stefania, è la conferma che lei ha fatto bene a starmi accanto, che è tutto vero, concreto».  Vale anche la sofferenza? «Tantissime sofferenze e le rifarei tutte, per me è l'inizio. Oggi l'ho vista in mano e mi dico ne è valsa la pena, perché sono sempre stato lì vicino a un passo e non ho mai avuto niente, sempre a bocca asciutta. Stavolta è stato tutto perfetto».  Allora in bocca al lupo. Ride: «Eh eh, è già crepato»  Per il futuro. «Certo, torno carichissimo in America, perché comunque per loro andare fuori, vincere un titolo e tornare è bello. Poi un bel titolo, un bell'incontro sono grandi sosddisfazioni perché lì è pieno di pugili stranieri come me che hanno quasi tutti la mia storia, quindi può essere un esempio lì per tanti».  Porterai la cintura alla Gleason's? «Per prima cosa, certo. È un dovere»

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