Il Tirreno

Omicidio Wentel, l'inchiesta si arena

Alessandro De Gregorio
Un momento delle ricerche dell’arma e, in alto a destra, la vittima
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Un momento delle ricerche dell’arma e, in alto a destra, la vittima

L'avvocato del pizzaiolo parla di archiviazione. Silenzio dalla procura

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Sembra destinato ad ammuffire in qualche armadio il fascicolo sull'omicidio di Felicia Wentel. Gli americani lo definirebbero cold case, un caso freddo o irrisolto. Uno di quei casi da rispolverare e risolvere a distanza di tempo. Nei film succede.  La realtà dice che, a quasi tre anni dall'omicidio Wentel, l'unico indagato sta per uscire di scena. Il suo avvocato Francesco Molino parla di archiviazione per Luciano Rustici, il cinquantacinquenne aretino che pochi minuti prima dell'ora X aveva telefonato alla vittima e, in base alle celle telefoniche, si trovava sul luogo del delitto al momento del delitto.  Molino all'epoca parlò di «sfortunata coincidenza». Rustici, che fino a qualche tempo fa gestiva una pizzeria a Marina di Cecina con la convivente, si è trasferito. Ai cronisti, l'avvocato dice di non sapere dove «e comunque l'importante è che per lui questo incubo sia finito». L'avvocato parla di archiviazione come se fosse cosa fatta. Nessun commento da parte del sostituto procuratore Paola Rizzo. Da fonti investigative apprendiamo che Rustici sarebbe ancora indagato, ma solo formalmente.  Ci hanno provato in tutti i modi a incastrarlo. Lo hanno torchiato, gli hanno perquisito auto, casa e negozio. I carabinieri gli sequestrarono una giacca e una camicia con macchie rosse e un pestacarne con il manico, ritenuto «compatibile con l'arma del delitto». Tutti oggetti inviati ai laboratori del Ris di Roma, mentre Rustici fu sottoposto al tampone della saliva per il Dna. Ma dopo mesi di attesa la comparazione del codice genetico, anziché inchiodarlo, lo aveva già di fatto scagionato. Non era sangue della vittima e sul corpo della stessa - e sugli oggetti repertati in casa sua - non c'erano tracce biologiche dell'aretino. Eppure Rustici è rimasto a lungo dentro l'indagine. Se davvero uscirà non lascera dietro di sé nessuno. Non ci sono altri nel fascicolo.  L'omicidio avvenne tra le 10 e le 11 di martedì 21 ottobre 2008 nell'appartamento di via Sardegna 17, dove la Wentel (rumena di 42 anni) viveva e si prostituiva da pochi giorni. E per la prima volta. Felicia fu trovata in fin di vita dall'amica e vicina Gizela; morì poco dopo all'ospedale. L'assassino le aveva fracassato il cranio colpendola una prima volta in piedi, nell'ingresso; poi sul divano letto, dove l'aveva trascinata e praticamente finita con altre scariche. Il killer infine era fuggito per le scalette del cortile dopo aver richiuso la porta di casa.  L'arma del delitto? Cercata disperatamente ovunque, anche nei tombini e lungo il fosso sul retro della casa; ma mai trovata. Si era ipotizzato di tutto, dal calcio di una pistola a un martello. Fino a un batticarne, come quello che poi fu trovato a casa di Rustici.  Il pizzaiolo finì nei guai per quel batticarne ma anche per i tabulati telefonici, dai quali emerse che aveva chiamato la vittima (o comunque aveva composto il numero del cellulare trovato nella casa della Wentel) pochi minuti prima dell'omicidio e quattro giorni dopo. Rustici, che inizialmente negò tutto, alla fine ammise di aver chiamato quella mattina prima delle 10 per un appuntamento. Ma giurò di aver parlato con Gizela, che lui conosceva da un anno, e non con Felicia. Disse che forse le due amiche si erano scambiate i telefonini. In ogni caso spiegò di non essere mai andato a quell'appuntamento perché si era ricordato di dover fare acquisti per la pizzeria. Produsse anche una fattura e un fax spedito intorno alle 11.  Sono quasi passati tre anni. Freddo o meno, il caso è tuttora irrisolto.

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