Lutto
Raffael Benazzi espone alla Fondazione Geiger di Cecina
Lo scultore dall'animo anarchico che ha scelto di scolpire il sole
Federica Lessi
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Benazzi alla Fondazione Geiger 3 MINUTI DI LETTURA
CECINA. Raffael Benazzi è artista di grandi passioni. La scultura, ma anche la natura e l'acqua, che ha accompagnato i suoi viaggi dalla Svizzera al Mediterraneo. Dalla sua casa di San Vincenzo, dove vive stabilmente dal 1964, si vede l'azzurro del mare e le sue sculture dalle forme amorevolmente levigate sembrano modellate dalle onde. Un percorso solitario e coerente per sessant'anni lo ha portato ad essere tra i più importanti artisti svizzeri con Hans Arp, Ben Nicholson, Hans Richter e Julius Bissier, suo maestro. Nato nel 1933 si è formato tra Zurigo, l'Italia e gli Stati Uniti, rappresentando la Svizzera alla Biennale di Venezia del 1978. Anarchico nell'animo, ha lasciato una carriera tracciata per abbracciare l'incerto. "Ho sempre fatto quello che volevo - dice - ora capisco di aver fatto bene". Il suo percorso in oltre cinquanta opere è in mostra alla Fondazione Geiger per la personale "Raffael Benazzi. Sculture" curata da Guido Magnaguagno e coordinata da Alessandro Schiavetti (aperta fino al 18 settembre, ore 18-23). Come è arrivato in Italia? «Andai a Verona e le formelle del portale di San Zeno dettero una direzione alla mia vita. Le figure avevano una superficie liscia e semplice ma efficace come Brancusi ed Arp. A 18 anni lavoravo a cottimo per un mese in modo da fare soldi e potermi mantenere tre mesi in Italia, dove la vita era meno cara». Perché scelse Carrara? «Volevo scolpire al sole, dove le figure ricevono la luce che cambia con il passare delle ore. Ma era anche utile per risparmiare sul marmo: trasportarlo in Svizzera lavorato costava meno che farmi portare un blocco di cui avrei buttato via due terzi». Fece amicizie? «A 22 anni scoprii gli anarchici che mi dettero una nuova direzione. Ero sempre stato contrario alla guerra. A 18 anni mi chiamarono per la leva militare e rifiutai. Mi mandarono in manicomio tre volte e alla fine dovetti arruolarmi. Fui rispedito a casa solo perché casualmente mi ruppi il menisco. Incontrarli perciò fu una rivelazione». Cosa facevate? «Mi fecero conoscere Bakunin e Kropotkin, organizzavamo gli scioperi al porto di Livorno dove avevamo molta influenza. Distribuivo volantini con una Mercedes nera targata Zurigo e la polizia non mi ha mai fermato». Come decise di trasferirsi a San Vincenzo? «La Versilia era diventata un luogo di vacanze per ricchi e d'inverno era umida. Andando verso Grosseto mia moglie dal treno vide le colline che scendevano gradualmente al mare: era San Vincenzo. Partii in moto e trovai una collina da cui si vedeva il mare, comprai il terreno nel 1962 e mi ci stabilii nel 1964». Poi partì per gli Stati Uniti, dove scoprì la minimal art. «Lavorai nove mesi a San Francisco ma lì era tutto troppo facile. L'anno dopo presi casa a New York dove c'era troppo da sgomitare e mi stabilii in campagna nel New Jersey, ma alla fine rientrai in Europa per la nascita di mia figlia». Da sempre predilige il legno, ma lavora anche il bronzo e l'alabastro. Come lo ha scoperto? «Nei primi anni Cinquanta un collega mi portò a Volterra per farmelo vedere. Dell'alabastro mi piace la lucentezza. Nelle mie sculture il buco interno è sempre scuro e misterioso mentre in quelle di alabastro diventa trasparente e filtra la luce, producendo un effetto opposto». Le sue opere hanno forme avvolgenti all'esterno con anime sensuali e misteriose. Quale è il nucleo della sua arte? «Il mistero della nascita e del seme è la ricerca di tutta la mia vita. Come le piante di palude, che affiorano dall'acqua ma nessuno sa cosa avviene sotto. Il seme che si trova nella mela contiene l'albero e l'uovo la gallina. Le parti buie dentro le sculture, i filamenti e le anime custodiscono questo mistero».
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