Il Tirreno

Lo scrittore emigrato in Germania

Federica Lessi
Lo scrittore Massimo Ulivari e il centro di Montescudaio
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Lo scrittore Massimo Ulivari e il centro di Montescudaio

Massimo Ulivari e l'amore per Montescudaio

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 MONTESCUDAIO. C'è chi ama la propria terra al punto da ambientarci i propri romanzi ma non può coltivarci i propri sogni. Così nella Toscana felix, sulle colline di Montescudaio dove la madre si rifugiò durante la guerra, Massimo Ulivari, trova ancora fonte di ispirazione per i suoi libri nella natura e nella dimensione umana del vivere. Ma la sua vita di docente universitario e scrittore ormai si svolge a Wuppertal, dove lavora come insegnante italiano e filosofia. Un percorso in salita ma gratificante, che la città di Pina Bausch ha riconosciuto al suo talento. Ritrovate le radici toscane nei romanzi "Pietà l'è morta" e "Un'estate di inizio millennio", Ulivari, nato a Livorno nel 1961, racconta la sua storia di "cervello in fuga".  Come arrivò a Montescudaio?  «Stavo per finire l'università e venni a studiare nella casa di mia madre. Mi laureai in filosofia con lode nel 1990, poi iniziai il dottorato a Perugina in filosofia della religione sul problema di Dio in Kant. Avevo vinto una borsa di studio per 4 anni, ma per una dinamica accademica spiacevole mi costrinsero a cambiare argomento di ricerca se volevo continuare a percepire l'assegno. Era come chiedere ad un musicista di classica di suonare il rock'n roll e lasciai».  Quali inconvenienti trovò nell'ambito universitario?  «Era un ambiente chiuso, non aveva senso continuare».  Come maturò il proposito di lasciare l'Italia?  «In quegli anni feci vari lavori, anche estivi, per mantenermi, poi mi iscrissi a filologia classica perché volevo imparare il greco, collaborai anche con Il Tirreno».  La svolta?  «Il concorso per l'abilitazione all'insegnamento del 1999, che non riuscii a passare. La strada per l'insegnamento in Italia era chiusa. Mi pareva che mi volessero morto. Siccome mi piaceva la Germania tentai lì un dottorato in filosofia, trovai un professore che mi presentò e spedii la domanda nel 2001. Quando mi dissero di sì partii subito».  Come si trovò a Wuppertal?  «All'inizio fu duro, poi trovai lavoro come insegnante di lingua italiana presso scuole private mentre continuavo il dottorato. Nel 2006 l'università mi fece una collaborazione come docente di filosofia, che ho ancora».  Uno dei tanti italiani che produce cultura all'estero.  «Negli ultimi dieci o quindici anni sono cresciuti sempre di più, un sondaggio parlava di 20.000. Io sarei rimasto se avessi trovato un ambiente adatto per la ricerca. Figurarsi che a Wuppertal mi dichiaro toscano. Ma in Italia sembra che vada bene solo ciò che rende subito. In Germania invece si sbattono per finanziare l'istruzione e la cultura pubbliche, gli danno un altro valore».

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