Gioco
Memorie di un pescatore Quando Marina si salvò smontando un cannone
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Vinicio Cavallini davanti alla caserma villa Vinicio Cavallini, 90 anni, è la testimonianza lucida di una comunità: dalla guerra a tanti protagonisti
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CECINA. Battuta pronta, sorriso gioioso. Vinicio Cavallini ha l'entusiasmo di un ragazzo coi suoi novant'anni suonati, l'intelligenza e la memoria cristallina, il sapere di chi ha vissuto quasi un secolo di storia, dalla guerra con le sue mille peripezie, mezza Italia attraversata a piedi, la vita salva per miracolo tante volte, compreso l'eccidio di Guardistallo. Nei suoi racconti la grande storia si intreccia a quella locale di Marina, dove ha abitato tutta la vita facendo il pescatore e lavorando alla Solvay per 40 anni. Le mine sulla spiaggia. «Da qui al Forte di Bibbona avevano minato tutto - racconta - c'era un fortino alla caserma, uno oltre il Cecina, uno a Capocavallo e uno al Vada alla punta del Tesorino. La spiaggia era molto più ampia infatti alcuni fortini ora si vedono in mare». È in questa drammatica vicenda che scatta le genialata del marinese Luigi Quiriconi, l'amico di sempre. «I tedeschi che stavano all'Hotel Lido - continua - avevano portato un cannone gigantesco per metterlo davanti a Largo Cairoli, e avevano due betoniere per fare la calce e murarlo in terra. Gigi di notte smontò i motori, prese un carretto fasciando gli zoccoli al cavallo, li caricò e glieli portò via. Meno male che non poterono mettere in funzione il cannone, altrimenti chissà come entravano gli americani a Marina!». Gigi, l'amico curioso. «I tedeschi lo avevano preso per piantare le mine e lui di nascosto le disinnescava, convinse perfino un ufficiale austriaco a disertare e unirsi ai partigiani!» Tra gli episodi più terribili c'è lo sbandamento dopo l'8 settembre 1943, la confusione generale. «Ero arruolato a Nizza - prosegue - con un commilitone scappammo in moto, poi prendemmo il treno e arrivammo fino ad Alessandria. Da lì proseguimmo a piedi perché era pericoloso. Grazie al senso dell'orientamento che avevo come pescatore dopo 25 giorni arrivammo in Garfagnana. In una radura misi un orecchio a terra come avevo visto fare al cinema nei film di Tom Mix e sentii arrivare il treno: erano tedeschi con un carico di soldati prigionieri. Ci si nascose e passarono, ma si capì che l'avevamo scampata per poco». Anche da Forte Belvedere, il centro di avvistamento aereo tedesco a Firenze dove era stato inviato, seguiva i bombardamenti su Marina e faceva telefonare per sapere se i suoi stavano bene. Da lì fuggì grazie alla complicità di un sergente austriaco, che gli fece un buono per ritirare le uniformi in lavanderia. L'eccidio di Guardistallo. Tornò a Guardistallo dove stavano i parenti e scampò all'eccidio, di cui dà una sua versione. «Due partigiani, Fantozzi e Tarchi, andavano a Bibbona per raggiungere gli americani - racconta - e si imbatterono in un convoglio tedesco in ritirata. Spararono e ferirono un soldato ad un piede, solo uno e non fecero una strage come ci dicono. Purtroppo i fascisti avevano detto che a Guardistallo erano tutti partigiani e così i tedeschi iniziarono a sparare alla cieca, mio nonno fu l'ultimo ad essere fucilato. Io non fui trovato perché ero nascosto con un amico, i soldati vennero poco sopra di noi ma non ci videro». Passata la guerra Cavallini tornò a fare il pescatore, allievo del leggendario Palmiro Londi, che tirava da solo a riva una barca di sei metri.
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