Il dolore
Vera Politkowskaja porta in giro la testimonianza di Anna, uccisa 5 anni fa
Il coraggio di mia madre
Maria Meini
«Adesso le cose in Russia sono ancora peggiorate»
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La figlia di Vera Politkowskaja si chiama Anna come la nonna, la giornalista russa uccisa da un killer con un colpo di pistola mentre rientrava a casa, pochi mesi prima della nascita della nipotina. Era il 7 ottobre del 2006. Anna aveva pubblicato diverse inchieste sulle violenze e le torture commesse sistematicamente in Cecenia. Quando l'ammazzarono aveva le buste della spesa in mano, il suo cadavere fu ritrovato sul pianerottolo del palazzo. La polizia russa sequestrò il suo computer e il materiale dell'inchiesta alla quale Anna stava lavorando per la Novaya Gazeta e che doveva uscire proprio quel giorno. Ad oggi la sua morte non ha ancora un colpevole. Vera, 35 anni e un viso da bambina, giornalista anche lei come la madre, non si rassegna e gira l'Europa per portare la testimonianza di Anna, voce scomoda invisa al regime di Mosca. Una spina nel fianco per Putin, in un sistema di potere blindato e conformista. Meroledì Vera era a Cecina, dove ha incontrato gli studenti del liceo Fermi e tanti cittadini, ospite delle Serate per la legalità. L'abbiamo intervistata. Sua madre è diventata un simbolo della libertà di espressione e di informazione. Cosa significa essere sua figlia e portare in giro per il mondo la sua testimonianza? «Non è semplice - si schermisce -. Ma non ho scelta. Ho deciso di vivere in Russia, nel mio paese, facendo lo stesso lavoro di mia madre come freelance. E dopo la sua morte io e mio fratello abbiamo deciso di portare la sua testimonianza per far sapere al mondo quello che è successo e chiedere giustizia. Anche se non credo che la solidarietà che ci viene dimostrata serva a far cambiare le cose in Russia». A distanza di 5 anni, con una sentenza di assoluzione, ha ancora fiducia nella giustizia del suo Paese? «La situazione è ancora più grave in Russia: l'informazione libera non esiste. Ma io non mi arrendo». Ha mai avuto paura, ha ricevuto minacce? «No, non ho paura. Ho provato molta rabbia all'inizio, questo sì. Ma non ho perso la speranza». Sente la solidarietà dei suoi colleghi? «Quando mia madre era viva molti erano scettici, pensavano che esagerasse. Poi, al funerale, sono diventati tutti molti affettuosi, amici personali addirittura. Solo per fare pubbliche relazioni, mettersi in mostra. In Russia c'è paura, ma soprattutto conformismo». Come ricorda sua madre? «Ho tanti ricordi personali. Quando doveva nascere mia figlia Anja parlavamo spesso del suo lavoro, le avevo chiesto di smettere di andare in Cecenia quando sarebbe diventata nonna». Non c'è riuscita.
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