Attenzione
Un film e un vino per il grande Hemingway
Federica Lessi
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Recchia con la moglie e dietro Mariani e Lanzilli dellassociazione Lo scrittore Giuseppe Recchia prepara anche una fiction su Bolgheri
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CECINA. C'è un noir intorno alla morte di Ernest Hemingway il 2 luglio 1961: il cadavere non fu trovato e non ci fu un funerale. Tutti parlano di suicidio ma i giornali dell'epoca furono i primi ad insinuare dubbi sulla scomparsa di uno degli scrittori più amati dal pubblico per successi come "Addio alle armi" e "Per chi suona la campana", Nobel per la letteratura nel 1954. A cinquant'anni dalla morte lo scrittore Giuseppe Recchia nel romanzo "Hemingway for Cuba" apre uno scenario inquietante, che vede lo scrittore innamorato di Cuba vittima della Cia, nei tempi in cui il governo di Castro era considerato il nemico numero uno degli Stati Uniti. Il libro è diventato un film documentario che debutta al Salone del Libro di Torino domenica 15 e viene presentato a Cannes il 18 maggio in occasione del Festival del Cinema. Ospite dell'Associazione per il cinema, turismo e spettacolo di Franco Lanzilli, Recchia ci ha parlato della sua tesi e dei progetti sul territorio. "La morte di Hemingway appare simile a quella di Osama Bin Laden, entrambi scomparsi nel nulla" afferma. "Studio lo scrittore da decenni, ho compiuto viaggi, fatto ricerche e raccolto testimonianze come quella della nipote Margot, morta nel 1996. Fu lei a dirmi che Hemingway non si uccise". Come morì allora? "Intanto non il 2 luglio ma il 30 giugno, lo scrissero molto giornali americani una ventina di giorni dopo e anche il Corriere della Sera. Non dissero che fu ucciso e perché ma insinuarono dubbi. In effetti era strano suicidarsi con un fucile e poi uno che amava la vita come lui". Lei che idea s'è fatto? "C'era la guerra fredda e per gli Stati Uniti Cuba filosovietica era il nemico per eccellenza. Hemingway era innamorato di Cuba, non di Fidel Castro che pure conosceva, ma dell'isola. Nel 1959 gli americani stavano preparando lo sbarco della Baia dei Porci e gli intimarono di andarsene. Ci tornò comprando una villetta vicino a L'Avana. Testimoni affermano che in questo periodo era perfettamente lucido, mentre la moglie Mary Welsh e Fernanda Pivano lo facevano passare per malato di mente". Che interesse avevano? "La Pivano si fidava della moglie, mentre la Welsh sapeva che la Cia e il Kgb lo controllavano, voleva ereditare e il suo ultimo amante fu appunto un agente della Cia. E' facile pensare che lo abbiano fatto fuori perché gli Usa potessero invadere Cuba". Non le sembra un po' troppo audace? "Oltre i giornali ho raccolto prove, anche se molti documenti furono bruciati dalla Welsh. Tanti americanisti sostengono questa tesi, solo l'opinione pubblica non la conosce bene". Per questo oltre al romanzo ha realizzato il docufilm che promuove in Europa e America? "Dura 86 minuti e seguirà un film che esce a giugno. Qui in Toscana ci è venuta anche l'idea di produrre un vino in onore dello scrittore, che si chiamerà "The world of Hemingway", un rosso di due qualità, perché lui amava soprattutto i vini semplici". Quali altri progetti realizzerà nella nostra zona? "Farò una fiction su Bolgheri nel 2013. Sono rimasto colpito da questo posto. Con Marcello Sladojevich riscriveremo il suo romanzo "Bolgheri" e ne faremo una sceneggiatura. Del libro mi sono piaciuti infatti i valori di una civiltà antica che si trovano nel cibo e nel vino. E' ambientato alla metà degli anni novanta il romanzo di Marcello Sladojevich "Bolgheri", ormai introvabile in libreria. Avvocato aretino con la passione della scrittura, giornalista e editore che possiede una casa a Marina di Bibbona da 35 anni, Sladojevich ha scritto una storia nel ridente borgo".
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