Il Tirreno

Jessica, l'inchiesta è in chiusura

Alessandro De Gregorio
Jessica Karina Labezzaris Munoz, la vittima A destra il condominio di via Gobetti
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Jessica Karina Labezzaris Munoz, la vittima A destra il condominio di via Gobetti

Scena muta dei cinque indagati durante l'incidente probatorio

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VADA. Durante i primi interrogatori in carcere si erano contraddetti e accusati a vicenda. E così la procura ha deciso di sentirli ancora, un'ultima volta, prima di chiudere le indagini. Ma tutti e cinque si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

Certo è che il 415 bis è alle porte per i presunti assassini di Jessica Karina Labezzaris Munoz, l'ecuadoregna di 35 anni uccisa nell'appartamento dove si prostituiva col nome d'arte di Jennifer. Omicidio avvenuto il 14 luglio 2010, con il caso risolto a tempo record dalla polizia coordinata dai pm Luca Masini e Paola Rizzo.  Ieri in tribunale a Livorno c'è stato l'incidente probatorio, davanti al gip Gianmarco Marinai. Presenti tutti e cinque gli indagati: Judit Dolores Viejo Enriquez in arte «Katia» (33, ecuadoregna), i brasiliani Riberio Diogo Carvalhais (25), Fernando Gomes da Silva (32), Rodrigo Romagnoli detto «Palla di fuoco» (36, insegnante di danza) e Franquece Marcelino Ferreira detto «Frank» (25). Sono rimasti tutti in silenzio, consigliati dai loro avvocati che si preparano già al prevedibile dibattimento e non vogliono dare appigli all'accusa in questa fase.  E così l'udienza di ieri, durata un paio di ore, si è consumata con le schermaglie tra gli avvocati e i pm. Poi i cinque sono tornati in carcere. Tutti alle Sughere tranne Frank, recluso a Pisa. Su loro pendono le accuse di rapina e omicidio.  «Katia», ex coinquilina della vittima (aveva lavorato con lei in un appartamento di Marina di Grosseto), è ritenuta la mandante. Avrebbe organizzato il colpo insieme al fidanzato Diogo e agli altri, venuti da Torino. Stando alla ricostruzione della polizia, quel mercoledì 14 luglio alle 8 Jessica ricevette una telefonata dalla sua attuale coinquilina, anche lei ecuadoregna, ricoverata per un aborto. E quella di una cugina. A entrambe disse che stava andando a Marina di Cecina per delle commissioni. Jessica poi fece rientro a casa. Sotto casa sua c'erano «Palla di fuoco» (l'autista), «Frank» (incaricato di comprare le fascette da elettricista), Diogo e Gomes. La ragazza fu aggredita sul pianerottolo, le infilarono uno straccio in bocca e le ammanettarono polsi e caviglie. Jessica lottò e provò a gridare, così le legarono attorno alla bocca un pezzo di tenda strappata dalla sua camera. Jessica morì dopo una lunga agonia, come confermò l'autopsia. Sempre stando alle accuse, la banda era convinta di trovare trentamila euro in quella casa. Invece furono portati via solo seimila euro (che Jessica aveva infilato nelle valigie preparate la sera prima per trasferirsi a Marina di Massa), un computer, la borsa e i cellulari della vittima. Alle 22,30 l'amica tornò a casa, era senza chiavi e suonò. Nessuno aprì. Da sotto la porta vide la luce accesa, corse alla polizia. Il cadavere fu scoperto alle 23,30. In pochi giorni gli investigatori arrestarono tutti: Judit Dolores a Follonica, Gomes e Diogo alla periferia di Torino, «Palla di fuoco» alla periferia di Cuneo e «Frank» in Olanda.

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