Finanza
«Altro che depotenziamento...»
Maria Meini
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Dove va la sanità cecinese? Come cambia l'ospedale con la riorganizzazione per intensità di cure, che cancella i "vecchi" reparti sostituendoli con le macroaree? Restano garantiti i servizi ai cittadini e i progetti di potenziamento? Domande che si ripetono da mesi, con insistenza, da quando è cominciata la grande "riforma" firmata da Monica Calamai, alla guida dell'azienda sanitaria livornese.
I timori maggiori riguardano le sorti dell'Utic e più in generale della cardiologia, fiore all'occhiello del presidio di via Montanara, a suo tempo oggetto di una battaglia popolare che portò alla raccolta di oltre centomila tagliandi contro la soppressione voluta dall'allora direttore generale Scura. Abbiamo intervistato la dottoressa Calamai.
Adesso la cardiologia viene inserita nella macroarea che accorpa la medicina. Le obiezioni sollevate dagli operatori sanitari riguardano la turnazione - si chiede l'attivazione di una guardia notturna cardiologica - e soprattutto l'addio al progetto dell'emodinamica. Si apre infatti una quarta sala a Livorno, quando ce ne sono già tre a Pisa, lasciando scoperta tutta la zona a sud dell'Asl 6: non ce ne sono altre fino a Grosseto. Se la velocità dell'intervento in caso d'infarto è fondamentale, non era più logico prevedere una sala di angioplastica a Cecina, che è in posizione baricentrica? «Intanto chiariamo subito che l'introduzione dell'intensità di cure è una riorganizzazione complessiva, voluta da una legge regionale che è stata approvata in consiglio regionale, secondo un approccio moderno della sanità che prevede una risposta ospedaliera modulata non più secondo steccati rigidi, ma secondo la gravità del caso. Qual è il problema? Per i cittadini non cambia assolutamente niente, anzi migliora la qualità dell'intervento. Cambia invece l'organizzazione del lavoro, che imprime anche un cambiamento di mentalità da parte degli operatori sanitari e dei medici. In questa riorganizzazione aumenta infatti di gran lunga il ruolo degli infermieri, così come già avviene da anni in tutta Europa».
E l'Utic? «Già i casi che si trattano in medicina sono al 50% di natura cardiovascolare, quindi le competenze sono assolutamente garantite. Io non conosco progetti di emodinamica a Cecina, quando sono arrivata all'Asl 6 era già stata aperta la sala a Livorno, che già quest'estate è stata di supporto all'azienda ospedaliera pisana. E si prevede che a pieno regime raddoppino gli interventi, fino a 2000. Per quanto riguarda la sicurezza, esistono dei protocolli internazionali, è assurdo parlare di carenza di sicurezza. Non è prevista l'attivazione di emodinamica in ospedali zonali, ma solo di terzo livello. Già Livorno, che è di secondo, è un'eccezione. E non si possono certo aprire cloni ovunque, perché la qualità della cura va di pari passo con la quantità degli interventi. Concordo che dal punto di vista geografico Cecina sarebbe stata più baricentrica, ma a lamentarsi dovrebbe essere casomai la Val di Cornia. La Val di Cecina è vicinissima a Livorno, è ben servita da un'elibase, e qui stiamo spendendo molti soldi per il potenziamento dell'offerta: dal pronto soccorso alla quarta sala operatoria, dalla nomina del primario di ortopedia alla riabilitazione territoriale e ospedaliera: nel 2011 apriremo nuovi posti letto codice 56; sarà ampliato l'ospedale di comunità, con 4 posti di hospice. Insomma mi pare schizofrenia parlare di depotenziamento».
Le opposizioni, sia da destra che da sinistra, dicono che la riorganizzazione per intensità di cure è già stata attuata nel nord Italia e si è tornati indietro, perché fallimentare. «Questo è asolutamente falso. Io conosco bene la sanità del nord, da Milano a Venezia, ed è tutta organizzata per unità di intensità di cure. Penso a Mestre. Ma anche in Toscana è già partita Careggi, che è l'azienda ospedaliera più grande d'Italia.
I timori maggiori riguardano le sorti dell'Utic e più in generale della cardiologia, fiore all'occhiello del presidio di via Montanara, a suo tempo oggetto di una battaglia popolare che portò alla raccolta di oltre centomila tagliandi contro la soppressione voluta dall'allora direttore generale Scura. Abbiamo intervistato la dottoressa Calamai.
Adesso la cardiologia viene inserita nella macroarea che accorpa la medicina. Le obiezioni sollevate dagli operatori sanitari riguardano la turnazione - si chiede l'attivazione di una guardia notturna cardiologica - e soprattutto l'addio al progetto dell'emodinamica. Si apre infatti una quarta sala a Livorno, quando ce ne sono già tre a Pisa, lasciando scoperta tutta la zona a sud dell'Asl 6: non ce ne sono altre fino a Grosseto. Se la velocità dell'intervento in caso d'infarto è fondamentale, non era più logico prevedere una sala di angioplastica a Cecina, che è in posizione baricentrica? «Intanto chiariamo subito che l'introduzione dell'intensità di cure è una riorganizzazione complessiva, voluta da una legge regionale che è stata approvata in consiglio regionale, secondo un approccio moderno della sanità che prevede una risposta ospedaliera modulata non più secondo steccati rigidi, ma secondo la gravità del caso. Qual è il problema? Per i cittadini non cambia assolutamente niente, anzi migliora la qualità dell'intervento. Cambia invece l'organizzazione del lavoro, che imprime anche un cambiamento di mentalità da parte degli operatori sanitari e dei medici. In questa riorganizzazione aumenta infatti di gran lunga il ruolo degli infermieri, così come già avviene da anni in tutta Europa».
E l'Utic? «Già i casi che si trattano in medicina sono al 50% di natura cardiovascolare, quindi le competenze sono assolutamente garantite. Io non conosco progetti di emodinamica a Cecina, quando sono arrivata all'Asl 6 era già stata aperta la sala a Livorno, che già quest'estate è stata di supporto all'azienda ospedaliera pisana. E si prevede che a pieno regime raddoppino gli interventi, fino a 2000. Per quanto riguarda la sicurezza, esistono dei protocolli internazionali, è assurdo parlare di carenza di sicurezza. Non è prevista l'attivazione di emodinamica in ospedali zonali, ma solo di terzo livello. Già Livorno, che è di secondo, è un'eccezione. E non si possono certo aprire cloni ovunque, perché la qualità della cura va di pari passo con la quantità degli interventi. Concordo che dal punto di vista geografico Cecina sarebbe stata più baricentrica, ma a lamentarsi dovrebbe essere casomai la Val di Cornia. La Val di Cecina è vicinissima a Livorno, è ben servita da un'elibase, e qui stiamo spendendo molti soldi per il potenziamento dell'offerta: dal pronto soccorso alla quarta sala operatoria, dalla nomina del primario di ortopedia alla riabilitazione territoriale e ospedaliera: nel 2011 apriremo nuovi posti letto codice 56; sarà ampliato l'ospedale di comunità, con 4 posti di hospice. Insomma mi pare schizofrenia parlare di depotenziamento».
Le opposizioni, sia da destra che da sinistra, dicono che la riorganizzazione per intensità di cure è già stata attuata nel nord Italia e si è tornati indietro, perché fallimentare. «Questo è asolutamente falso. Io conosco bene la sanità del nord, da Milano a Venezia, ed è tutta organizzata per unità di intensità di cure. Penso a Mestre. Ma anche in Toscana è già partita Careggi, che è l'azienda ospedaliera più grande d'Italia.
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