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Truffa e bancarotta: 5 condanne

La sede del tribunale di Livorno in via Falcone e Borsellino
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La sede del tribunale di Livorno in via Falcone e Borsellino

Creavano ditte edili usa e getta. Sei anni al capo dell'organizzazione

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 ROSIGNANO. Creavano ditte edili usa e getta. Ovvero, mettevano in piedi società per ottenere delle forniture e poi le facevano fallire e sparivano insieme al materiale non pagato. Con questa accusa cinque persone sono state condannate, con rito abbreviato, per truffa e bancarotta in associazione per delinquere. L'udienza si è svolta ieri a Livorno davanti al gup Antonio Pirato.  Le condanna più pesante riguarda Antonino Asiatico (difeso dagli avvocati Federico Federici e Maria Chiaramonte), 44 anni catanese, ma domiciliato a Rosignano Solvay: per lui 6 anni. Cinque anni, invece, per Enrico Caruso (40 anni, siciliano, residente a Cecina) difeso da Nicola Giribaldi. Quattro anni per Salvatore Asiero, 47 anni catanese (avvocati Lopresti e Gambacciani). Due anni a Michele Aloisi (avvocato Avola), 63 anni di Catania. Infine, 1 anno e 10 mesi per Maria Asiatico (Avola e Chiaramonte), 56 anni di Catania e sorella di Antonino. I cinque furono arrestati alla fine del marzo scorso: per Antonio Asiatico, Caruso e Asero si aprirono le porte del carcere, per Aloisi scattarono gli arresti domiciliari, mentre per Maria Asiatico l'obbligo di dimora. Nell'ordinanza con cui vennero disposte queste misure cautelari, il gip Rinaldo Merani parlava di «un'autentica impresa societaria criminale». L'indagine, coordinata prima dal pm Carla Bianco e poi da Luca Masini, risale al febbraio del 2008, quando alcuni imprenditori del centro-nord si rivolsero alla polizia denunciando di essere stati raggirati: tutti fornitori di materiali e macchine edili. Ma anche abbigliamento.  A conclusione di una serie di accertamenti gli investigatori hanno finito per attribuire un ruolo guida ad Antonino Asiatico, accusato di aver messo a segno tra il 2007 e il 2009 una serie di truffe per un valore di circa 350mila euro. Il suo gruppo - secondo l'accusa - si avvaleva di un'impresa formalmente operante nell'edilizia e apparentemente florida, con numerosi conti correnti bancari in diversi istituti di credito in modo da poter emettere assegni, che venivano usati come acconti. Raramente coperti. Le forniture venivano consegnate in capannoni affittati per l'occasione. Poi, una volta ottenuta la merce, gli acquirenti sparivano dopo aver fatto fallire le società, distrutto le scritture contabili e prosciugato gli attivi. Attivi stimabili in diverse centinaia di migliaia di euro, anche se i cinque risultavano formalmente nullatenenti. Secondo gli investigatori, la merce finiva al sud per essere riciclata. Nella nostra zona, il gruppo si sarebbe servito di due ditte individuali: la Futuredil, intestata alla sorella di Asiatico, e la Caruso (di Enrico Caruso). Nell'indagine è emersa anche una coda che riguarda le discoteche. Secondo la procura il gruppo guidato da Asiatico avrebbe tentato di inserirsi nell'economia della zona con l'acquisizione del controllo di alcuni locali tra cui la Barcaccina di Vada.

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