Il Tirreno

«Gravi ammanchi e violazioni di legge»

Alessandro De Gregorio
«Gravi ammanchi e violazioni di legge»

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CECINA. Gravi ammanchi e violazioni di legge. Incassi che non si sa dove finissero. Mancanza di un capitolato di lavori. Contratti di dubbia utilità stipulati durante la liquidazione. Un cdA che all’assemblea raccontava una storia diversa da quella reale e un collegio dei sindaci che, di fatto, si voltava dall’altra parte. Questo il quadro dipinto dalla curatela del fallimento Metropolis Spa per motivare la richiesta di congelamento dei beni di undici soci.

Un sequestro conservativo chiesto a garanzia di quei creditori che attendono due passaggi. Il primo, come abbiamo scritto ieri, è l’asta del 13 dicembre in tribunale. Il prezzo base è di tre milioni e mezzo, ma ne mancano altri tre. Ecco il secondo passaggio, ancora in tribunale: un’eventuale condanna al risarcimento. Di qui la richiesta del curatore Paolo Carotti presentata attraverso l’avvocato Marcella Neri: il blocco dei beni di undici tra amministratori, liquidatori e sindaci. Questi avrebbero compiuto, si legge nel ricorso, «numerosi atti di disposizione che hanno significativamente diminuito le garanzie patrimoniali individuali». Qualcuno avrebbe venduto case e quote immobiliari rimanendo nella titolarità di beni che, «vista la prevedibile entità del danno, risulterebbero appena sufficienti per il risarcimento».

Improvvisazione.
Già all’inizio dell’operazione Metropolis le cose sarebbero andate male. La stessa costruzione dell’immobile, scrive ancora la curatela, fu gestita dal presidente del cda, Emilio Muzzi, in assenza di un capitolato. Muzzi avrebbe eseguito personalmente i lavori dettandone le modalità di esecuzione senza che vi fosse alcun progetto redatto da un tecnico né comparazione di preventivi di spesa. All’assemblea dei soci del 15 aprile 2009 Muzzi dichiarò di non avervi provveduto per risparmiare sui costi professionali e preferendo «improvvisarsi imprenditore».

Ruoli.
Metropolis è sempre stata identificata con Muzzi, che però non era solo. Nel periodo 22 dicembre 2007-marzo 2008 la società è amministrata da un cda da lui presieduto ma composto anche da Mauro Ceccarelli, Maurizio Pioli, Antonio Fratelli e Federica Tei. Vengono distribuite delle prime deleghe ad alcuni consiglieri: a Pioli i pagamenti, al ragioniere Luca Barontini la tesoreria, a Fratelli le assunzioni del personale. A gennaio 2008 il cda revoca le deleghe e individua quattro nuove aree assegnandole a nuovi direttori: a Poli l’amministrazione, a Fratelli la cucina, a Lottini e Pioli l’area artistica. A marzo, si legge nel ricorso, «il cdA è costretto a prendere atto dell’inefficienza della struttura per cui nomina un direttore generale. Tralascia però di disciplinare un aspetto fondamentale: la gestione degli incassi alla fine delle serate».

Incassi e confusione.
E il 10 giugno 2008 «a seguito delle gravi anomalie riscontrate nella precedente gestione e imputabili sia al precedente cdA che al comportamento delle persone incaricate di amministrare e gestire il locale» si dimettono Lottini, Ceccarelli e Rosanna Guidi, i quali chiedono «che venga fatta chiarezza sui gravi ammanchi verificati». Da ottobre e fino al maggio 2009 l’amministrazione è affidata a Muzzi, amministratore unico, (sostituito da Tei durante la malattia). Ma, si legge ancora nel ricorso, è una fase di grande confusione nella gestione degli incassi: «Al termine di ogni serata il ricavato viene ritirato da Muzzi o, in sua assenza, dalla figlia Linda o da Claudio Querci e Bruno Baglivi. La situazione viene censurata dal collegio sindacale». E i ricavi di ottobre-dicembre 2008 non coincidono con quelli ufficiali.

Contratti discutibili.
Nello stesso periodo Muzzi, nonostante l’opposizione del Cda, sottoscrive un contratto triennale di collaborazione e direzione artistica con Barcaccina fashion club «a condizioni a dir poco discutibili», tra cui la corresponsione alla Barcaccina di seimila euro mensili e del 5% degli incassi lordi. E il 15 maggio 2009 Muzzi, in qualità di liquidatore, stipula un contratto di affitto di ramo di azienda prima con Alessio Tabani, poi risolto, quindi con la stessa Barcaccina.

Gravi inadempienze.
Il ricorso si conclude definendo il comportamento di amministratori, liquidatore e sindaci «non adeguato rispetto al canone della diligenza richiesta dalle rispettive cariche e gravemente inadempiente delle obbligazioni specifiche poste a loro carico». Di qui l’annuncio di voler agire ai sensi dell’articolo 2394 del codice civile e 146 della legge fallimentare «per l’accertamento della violazione da parte di amministratori, sindaci e del liquidatore dei doveri loro imposti dalla legge e dallo statuto e la condanna a risarcire il danno che gli inadempienti hanno provocato a soci, società e creditori».

Documenti.
Il cdA in particolare è accusato di aver predisposto e sottoposto all’assemblea «documenti che rappresentavano una situazione patrimoniale non veritiera al fine di nascondere le reali condizioni economiche e finanziarie della società». E nonostante la perdita del capitale sociale «Metropolis ha proseguito nella gestione ordinaria aggravando il deficit sino all’insolvenza».

Amministratori di fatto.
Sono considerati tali Rosanna Guidi, moglie di Muzzi, che «pur non ricoprendo cariche sociali ha di fatto svolto le funzioni di amministratore ingerendosi nella conduzione degli affari sociali, assumendo decisioni, maneggiando denaro». Ma anche il ragionier Barontini, in teoria consulente fiscale, di fatto incaricato di sottoscrivere l’acquisto del terreno e reperire finanziamenti.

I sindaci. Al collegio viene mossa l’accusa di non aver mai assunto concrete iniziative volte a eliminare le disfunzioni ed evitare l’aggravio della situazione economico-patrimoniale della società.

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