Il Tirreno


«Danilo non l'abbiamo ucciso noi»

Yosmeri Armas Castilla
◗
Yosmeri Armas Castilla

La vedova e l'amico negano tutto, anche la relazione sentimentale

4 MINUTI DI LETTURA





CECINA. Lui ha ammesso di aver avuto un rapporto sessuale ma diversi anni prima con quella donna. Lei ha negato anche questo, ammettendo di avere avuto un'altra relazione con un uomo diverso. Tutti e due hanno negato con forza di essere una coppia di assassini. Ovvero di essere rispettivamente l'esecutore e la mandante (o quantomeno l'istigatrice) dell'omicidio di Danilo Marzi, il pensionato sessantenne ucciso con quattro colpi di pistola tra gli orti del Tripesce la sera del 3 aprile 2008.  Ieri in Corte d'assise hanno deposto i due imputati, i cubani Yosmeri Armas Castilla (31 anni, difeso dall'avvocato Filippo Fatticcioni) e Luz Maria Godoy del Toro (41, la vedova, avvocati Enrico Marinai e Gianni Trabuchelli).  Incalzato dal pubblico ministero Giuseppe Rizzo, Armas Castilla ha detto che quel giorno dopo il lavoro alla Tecnovite di Castagneto era andato a trovare la sorella che aveva subìto un'operazione chirurgica, poi aveva cenato alla kebabberia davanti alla stazione di Cecina, quindi pensava di andare dalla fidanzata, una donna separata con un figlio di 17 anni che abita a Pisa. «Volevo avvertirla ma non sapevo se avevo abbastanza credito - ha spiegato Armas - quindi ho telefonato alla Tim. E infatti non avevo credito, così sono tornato indietro. Che ore saranno state? Le nove e mezzo o le dieci di sera».  La telefonata alla Tim è quella che secondo gli investigatori avrebbe incastrato Armas, agganciato in una cella nella zona del Tripesce proprio all'ora del delitto.  C'è poi un'altra telefonata, la famosa chiamata fatta alle 22,15 a un cellulare della Godoy da una cabina di Montescudaio, davanti alla casa del cognato di Armas, dove lui era stato ospite e nella cui cameretta poi verrà trovata la Smith & Wesson calibro 38, l'arma del delitto. «Mai fatto telefonate da quella cabina» ha detto e ripetuto Armas.  Quanto alla relazione con Luz Maria, il cubano ha ammesso di avere avuto un rapporto sessuale circa tre anni prima. Uno solo. Dopodiché, nessuna relazione sentimentale. Solo contatti sporadici, ma né fisici né telefonici.  Infine la presunta fuga a Las Palmas, Canarie: «Avevo detto a tutti che sarei andato in Spagna per lavorare - ha affermato l'imputato - E infatti laggiù ho fatto il barista, il bracciante in un campo di banane, poi ho lavorato per una società di catering. Ad agosto mio cognato mi telefonò dicendomi che ero indagato per omicidio, che la polizia mi cercava. Mi spaventai ma alla fine fui io stesso a costituirmi. Non mi ha arrestato nessuno». In sede di interrogatorio invece avrebbe detto di essere stato fermato per un furto di scarpe e quindi identificato.  Luz Maria Godoy a sua volta ha negato tutto. Anche quel rapporto sessuale ammesso da Armas Castilla. «Con Danilo Marzi andavamo d'accordo - ha detto la donna - Certo, non era l'amore della mia vita ma non c'erano mai stati problemi. Con Armas invece era solo una conoscenza, spesso lui veniva a prendere le mie figlie per portarle al Sopravento, dove avevamo lavorato sia io che la mia figlia maggiore. Perché io ho sempre lavorato, prima e dopo la morte di mio marito. E non ho mai neanche tentato di fuggire».  Niente amanti, insomma, per la Godoy. Che poi ha ammesso di aver avuto una relazione sì, ma con Eligio Gregori, uno dei primi indagati poi usciti dall'inchiesta.  Luz Maria ha negato anche di aver ricevuto la famosa telefonata dalla cabina di Montescudaio, aggiungendo che comunque quel cellulare dal prefisso 347 era in uso a tutta la famiglia.  All'udienza di ieri hanno deposto anche il medico legale Alessandro Bassi Luciani e il sovrintendente Antonino Lozzi della polizia scientifica di Firenze. Il medico ha ribadito la sequenza dei quattro colpi sparati contro la vittima: il primo esploso di fronte, che lo ha ferito al braccio sinistro fratturandoglielo. Gli altri tre alle spalle mentre Marzi tentava di scappare: tre proiettili di cui l'ultimo letale, penetrato alla base del collo e uscito dalla bocca. Quanto all'ora di morte, il medico legale l'ha fissata «con molta approssimazione tra le 21,30 e le 22» di quella sera.  Lozzi invece ha detto che sulla macchina di Armas erano state trovate solo le sue impronte mentre su quella della vittima ce n'erano altre «ma dalla questura di Livorno ci dissero di soprassedere perché il caso era risolto».  Il dibattimento praticamente si è concluso così. Alla prossima udienza, il 4 novembre, ci sarà la discussione finale.  Già fissata un'udienza successiva, il 18, per le eventuali repliche e la sentenza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La manifestazione

Firenze, oltre 2.000 studenti in corteo: «Se ci togliete il futuro noi vi blocchiamo il presente»

di Redazione Firenze