Proteste
«Dimenticato, ma non dalla mafia»
Alessandro De Gregorio
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Lex collaboratore di giustizia di spalle nella nostra redazione Ex testimone di giustizia chiede aiuto allo Stato: «Almeno un lavoro»
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CECINA. Era un vigilante quel 17 aprile 1991 ad Alcamo, Trapani, al tempo di una delle più cruente guerre di mafia tra palermitani di Cosa nostra, corleonesi di Riina e cani sciolti stiddari. Con un collega sventò un omicidio facendo poi arrestare e condannare l'autore. Diciannove anni fa. Erano ancora vivi (ma per poco, e comunque già emarginati e depotenziati) i giudici Falcone e Borsellino. Il giovane vigilante di Alcamo era uno che per sua stessa definizione non «alzava polvere». Cioè era invisibile per i clan Milazzo e Greco e le altre famiglie in lotta ad Alcamo. Stiamo parlando di 25 omicidi, otto agguati falliti e un caso di lupara bianca in otto mesi. Tanto per dare l'idea del contesto. Poi il vigilante alzò la polvere, si intromise. Diventò un bersaglio e finì nel programma protezione testimoni. Ma dopo cinque anni quella protezione è venuta meno insieme alla promessa di entrare nei carabinieri o in polizia con un'identità diversa. Ora lui è solo. E senza lavoro. Così è tornato a bussare a quello Stato che gli aveva chiesto collaborazione. «Ma non ho ottenuto niente e non so più a chi rivolgermi». La sua storia è stata già raccontata da giornali e tv nazionali. Ma non è stato mai detto dove si fosse nascosto in questi anni. «Ero a Cecina. Ma non pubblicate il mio nome. Anche se mi rendo conto che quelli sanno dove sono. La mafia non dimentica». Partiamo da quel 17 aprile di diciannove anni fa. Cosa successe? «Ero fuori servizio e parlavo con un collega quando vedemmo rallentare una Citroen bianca e, accanto, fermarsi una moto con due persone. Quello dietro la moto scese e sparò. Io bloccai lui, il mio collega l'altro». Cosa avvenne nei giorni successivi? «Minacce. Il mio collega ricevette proiettili in busta e qualcuno dette fuoco alla casa dei miei genitori. Così fummo inseriti in un programma di protezione testimoni. Avremmo dovuto lasciare Alcamo ma il giudice Francesco Taurisano ci disse che lo Stato ci avrebbe assorbiti nell'Arma dei carabinieri o in polizia. Il capo di gabinetto della questura mi mostrò una lettera con la dicitura "top secret". Sembrava tutto a posto». Invece? «Invece ci portarono a Roma, di nascosto, per parlare con la dottoressa Chiaromonte dell'Alto commissariato per la lotta alla mafia. Ma ci parlammo solo per telefono e io fui spedito a Torino». A fare cosa? «Niente. Uno stipendio per i primi mesi, ma niente carabinieri o polizia». Come veniva pagato? «Tramite il commissariato. Ma io non volevo soldi, volevo un lavoro e una nuova identità. Altrimenti avrei accettato quei cento milioni dell'antimafia». Quali cento milioni? «Quelli che mi offrirono un colonnello e un generale dei carabinieri per non farmi andare a Samarcanda. Invece io da Santoro ci andai, anche se non risolsi niente». Quando è venuto a Cecina? «Dopo un paio di anni. Qui mi sono sposato, ho avuto un bambino e ora mia moglie è di nuovo incinta. Ho fatto di tutto. L'artigiano, il muratore, ho messo su ditta, ho lavorato in una lavanderia. Poi io e mia moglie siamo rimasti senza lavoro. E sono tornato dallo Stato». In che senso? «Sono andato a Livorno, dal questore. Ha detto che ne avrebbe parlato col prefetto. Ma poi mi ha fatto sapere che non c'è lavoro per me. Ora sto scrivendo al presidente Napolitano, al premier Berlusconi e al ministro Maroni». Quando le hanno revocato la protezione e perché? «Nell'ottobre 1996, perché secondo loro non sussisteva più pericolo. E non posso più girare armato dal 2005, quando il commissariato di Cecina mi ha negato il rinnovo della licenza di porto di pistola per difesa personale. Peccato però che tempo fa, quando sono tornato in Sicilia a trovare mia madre operata di tumore, mi hanno assegnato due volanti e una vigilanza saltuaria. Allora il pericolo c'è!». Ora si sente in pericolo? «Continuamente. La mafia non dimentica. Io ad Alcamo fino a quel giorno non avevo fatto mai polvere, poi ho fatto arrestare gente del mio quartiere. Per la mafia sono una cambiale. Per lo Stato non sono più utile. Lo Stato mi ha usato e abbandonato. Mi ha tolto dal mio paese, dove non posso tornare. E' come se fossi in soggiorno obbligato, solo che non sono io il delinquente. Io dovrei essere quello dalla parte giusta». Se tornasse indietro a quel 17 aprile farebbe ancora le stesse cose? «Sì, ma solo per me. Non per lo Stato».
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