Sicurezza
Lei la mandante, loro gli esecutori
Alessandro De Gregorio Lara Loreti
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Gli investigatori. Un momento della conferenza stampa: da sinistra Vivaldi, Masini, Rizzo e Rossi Gli arresti salgono a quattro. Ora manca soltanto un complice
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VADA. L'amica. Quella con cui aveva diviso appartamento, notti e preservativi. Secondo gli investigatori è stata proprio lei a ispirare la rapina conclusa con l'omicidio di Jessica Karina Labezzaris Munoz, 35 anni. Due donne venute dall'Ecuador per prostituirsi. Una bionda e una mora. La prima aveva successo con gli uomini. La mora meno. Per un misto di gelosia e ingordigia Judit Dolores Viejo Enriquez (32, clandestina, in arte «Katia») avrebbe organizzato il colpo insieme a quattro brasiliani, quasi tutti clandestini, disoccupati e venuti da Torino: il suo fidanzato Riberio Diogo Carvalhais (24), Fernando Gomes da Silva (31), Franquece Marcelino Ferreira detto «Franco» o «Frank» (24, l'unico ancora ricercato) e «Palla di fuoco», al secolo Rodrigo Romagnoli (35), insegnante di danza brasiliana in attesa di cittadinanza italiana. Cinque persone accusate di omicidio e rapina. Di «Katia», Diogo e Gomes da Silva ne abbiamo già dato notizia ieri, spiegando come all'appello mancassero altre due persone. Per «Palla di fuoco» il fermo è scattato ieri. E «Franco» avrebbe le ore contate. Telefonate. Una ricostruzione di quanto avvenuto in via Gobetti 23 è stata fatta ieri in Procura. Mercoledì 14 alle 8 Jessica riceve la telefonata dalla sua attuale coinquilina, anche lei ecuadoregna, ricoverata per un aborto. E quella di una cugina. A entrambe dice che sta andando a Marina di Cecina. E' vero. Alle 9,45 Jessica è all'ufficio postale dove spedisce un moneygram di duemila euro a una sorella. Poi va in via Ferrucci, al Sexy shop, per acquistare preservativi. Ma il negozio è chiuso. Torna a Marina e poi a Vada, compra una maglietta e un cappellino (c'è uno scontrino battuto alle 10,40). Riceve diverse telefonate. E va all'appuntamento con i suoi killer. L'omicidio. Sotto casa sua c'è «Palla di fuoco», l'autista che ha accompagnato gli altri da Torino. C'è «Franco», che ha comprato le fascette da elettricista alla ferramenta Anselmi di Vada. Ci sono Diogo e Gomes. La ragazza non sospetta nulla, conosce Diogo. In due la aggrediscono sul pianerottolo. Uno le infila uno straccio in bocca mentre l'altro le ammanetta polsi e caviglie. Jessica lotta, lascia graffi evidenti sulla pelle di uno dei rapinatori. Prova a gridare, e allora qualcuno strappa una tenda e gliela lega stretta intorno alla bocca. La stoffa in gola, Jessica muore lentamente. Una lunga agonia come confermerà l'autopsia. I soldi. Poi la rapina. Erano convinti di trovare trentamila euro. La ragazza lavorava sodo, guadagnava 1500 euro al giorno, aveva detto che voleva comprarsi una macchina. Doveva aver messo su un bel gruzzolo. Secondo la polizia ne era convinta «Katia», che con lei aveva diviso un appartamento a Marina di Grosseto. Invece spuntano solo seimila euro, i risparmi che Jessica aveva infilato nelle valigie preparate la sera prima, visto che l'indomani avrebbe dovuto trasferirsi a Marina di Massa. La banda porta via quelli, più un computer della donna e la sua borsa con documenti e i cellulari. Le schede sim vengono gettate in serata, ma troppo tardi. Perché dalle 20 alle 21 uno di quei telefoni si riaccende due volte. A chiamare è l'amica dimessa dall'ospedale. La prima volta risponde un uomo. La seconda una donna, nervosa. Alle 22,30 l'amica torna a casa, ma non ha le chiavi. Da sotto la porta dell'appartamento vede la luce accesa. Si spaventa e corre alla polizia. Il cadavere di Jessica viene scoperto alle 23,30. Catturati. Nel frattempo gli investigatori rintracciano i due brasiliani che avevano telefonato alla vittima la mattina. Poi identificano gli altri e «Katia». Judit Dolores è a Follonica, si prostituisce in un appartamento. Gomes e Diogo vengono presi domenica alla periferia di Torino. Diogo era fuggito da Follonica in treno e aveva proseguito in taxi da Genova. Era arrivato sotto casa della sorella. Tutti e tre confessano e si accusano a vicenda. «Palla di fuoco» è rintracciato all'alba di ieri alla periferia di Cuneo. Manca solo «Franco». Ma la polizia sa dove si trova.
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