Il dolore
Solvay, l'allarme dei sindacati
Andrea Rocchi
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ROSIGNANO. Insomma, Solvay lascia o raddoppia? Perché i segnali che arrivano ai sindacati sono inquietanti. E in via A. Moro, sede del vecchio Consiglio di Fabbrica, oggi delle rsu aziendali, questi segnali vengono decifrati con preoccupazione. Preoccupa lo stillicidio di riorganizzazioni dei reparti nell'ottica di ridurre i costi. Preoccupa la crisi della sodiera ce si protrae da oltre un anno.
Con un impianto che va a marcia ridotta ed una produzione crollata del 40%. Preoccupa la latitanza di investimenti e l'emorragia di addetti delle ditte esterne - quelle delle manutenzioni - prime vittime della crisi e della politica di austerity economica adottata dall'azienda. E poi c'è l'ultimo allarmante segnale che arriva da via Piave nell'ambito dei riassetti dei reparti: la riorganizzazione della Spes, l'unità composta da una trentina di lavoratori specializzata nel pronto intervento e nella vigilanza antincendio. «Solvay - spiega Marco Bardini, coordinatore delle Rsu - ci ha sottoposto un piano di riorganizzazione del servizio che prevede l'utilizzo del personale Spes anche per altre fabbricazioni». Un assetto inaccettabile per i sindacati per quello che Strabone (Uilcem) definisce «uno smembramento del servizio» e che rischia di avere ripercussioni «sulla sicurezza e la vigilanza» dentro lo stabilimento. «Ricordiamo - dice ancora Bardini - che oggi la Spes fa servizio alla porta Solvay dell'Aniene svolgendo compiti molto importanti». Professionalità riconosciute anche all'esterno del perimetro di fabbrica. «Far svolgere a questi lavoratori anche altre mansioni - dicono in via Moro - significa snaturare e depotenziare certe professionalità». Il capitolo Spes, tuttavia, è la cosiddetta goccia che ha fatto traboccare il vaso nelle organizzazioni sindacali. Lo chiarisce Antonio Ingallinesi, della Flerica Cisl: «Solvay di fronte alla crisi e per stare sul mercato ci ha proposto una serie di riorganizzazioni del lavoro nei reparti. Tuttavia noi vogliamo un piano industriale, vogliamo conoscere un quadro definitivo ed i progetti di quest'azienda sul territorio».
Che è quello che chiede anche Luca Luparini (Ugl, delle rsu Solvay): «E' vero che Solvay attende probabilmente di conoscere il destino del Progetto Rosignano - spiega Luparini - ma noi vogliamo avere chiare le prospettive a medio e lungo termine sul futuro di questo importante sito industriale provinciae». Così se Rossella Vallini (Rsu) sottolinea il peso delle ristrutturazioni sopportato dalle spalle dei lavoratori, Alessandro Lami è ancora più drastico: «Oggi siamo arrivati al capolinea. Non si capisce come mai alcune fabbricazioni hanno ancora mercato e stanno producendo bene e, nonostante questo, la Solvay continua nella sua politica di riorganizzazioni ed abbattimento dei costi». Lami sottolinea come già i lavoratori delle ditte appaltatrici abbiano pagato un duro prezzo. E nel sindacato è ben forte la consapevolezza che, se fino ad oggi Solvay non è ricorsa agli ammortizzatori sociali, il futuro non è poi tanto incoraggiante. Tutt'altro. E ciò indipendentemente dal Progetto Rosignano. Preoccupa soprattutto la situazione della sodiera che è ai minimi storici (assai sotto le 3mila tonnellate giorno prodotte alcuni anni fa). Gira a ritmi ridotti e, probabilmente - come fa notare Strabone - non tornerà a marciare più come una volta perché è un impianto non più adeguato.
E ciò nonostante ci siano state, anche in questi ultimi mesi di crisi, interessanti opportunità di mercato. Il grosso delle speranze di ripresa della soda è legato alla riattivazione di un forno della Saint Gobain (dove andava il 35% della soda prodotta a Rosignano). Ma anche qui i sindacati temono che quando S. Gobain sarà pronta, Solvay non sarà più in grado di soddisfarne la domanda con l'impianto di oggi. Da qui l'esigenza, sempre più improcrastinabile come ricordo Stefani Santini (Cgil), di un incontro in cui Solvay faccia chiarezza sulla sua permanenza nei prossimi anni a Rosignano.
Con un impianto che va a marcia ridotta ed una produzione crollata del 40%. Preoccupa la latitanza di investimenti e l'emorragia di addetti delle ditte esterne - quelle delle manutenzioni - prime vittime della crisi e della politica di austerity economica adottata dall'azienda. E poi c'è l'ultimo allarmante segnale che arriva da via Piave nell'ambito dei riassetti dei reparti: la riorganizzazione della Spes, l'unità composta da una trentina di lavoratori specializzata nel pronto intervento e nella vigilanza antincendio. «Solvay - spiega Marco Bardini, coordinatore delle Rsu - ci ha sottoposto un piano di riorganizzazione del servizio che prevede l'utilizzo del personale Spes anche per altre fabbricazioni». Un assetto inaccettabile per i sindacati per quello che Strabone (Uilcem) definisce «uno smembramento del servizio» e che rischia di avere ripercussioni «sulla sicurezza e la vigilanza» dentro lo stabilimento. «Ricordiamo - dice ancora Bardini - che oggi la Spes fa servizio alla porta Solvay dell'Aniene svolgendo compiti molto importanti». Professionalità riconosciute anche all'esterno del perimetro di fabbrica. «Far svolgere a questi lavoratori anche altre mansioni - dicono in via Moro - significa snaturare e depotenziare certe professionalità». Il capitolo Spes, tuttavia, è la cosiddetta goccia che ha fatto traboccare il vaso nelle organizzazioni sindacali. Lo chiarisce Antonio Ingallinesi, della Flerica Cisl: «Solvay di fronte alla crisi e per stare sul mercato ci ha proposto una serie di riorganizzazioni del lavoro nei reparti. Tuttavia noi vogliamo un piano industriale, vogliamo conoscere un quadro definitivo ed i progetti di quest'azienda sul territorio».
Che è quello che chiede anche Luca Luparini (Ugl, delle rsu Solvay): «E' vero che Solvay attende probabilmente di conoscere il destino del Progetto Rosignano - spiega Luparini - ma noi vogliamo avere chiare le prospettive a medio e lungo termine sul futuro di questo importante sito industriale provinciae». Così se Rossella Vallini (Rsu) sottolinea il peso delle ristrutturazioni sopportato dalle spalle dei lavoratori, Alessandro Lami è ancora più drastico: «Oggi siamo arrivati al capolinea. Non si capisce come mai alcune fabbricazioni hanno ancora mercato e stanno producendo bene e, nonostante questo, la Solvay continua nella sua politica di riorganizzazioni ed abbattimento dei costi». Lami sottolinea come già i lavoratori delle ditte appaltatrici abbiano pagato un duro prezzo. E nel sindacato è ben forte la consapevolezza che, se fino ad oggi Solvay non è ricorsa agli ammortizzatori sociali, il futuro non è poi tanto incoraggiante. Tutt'altro. E ciò indipendentemente dal Progetto Rosignano. Preoccupa soprattutto la situazione della sodiera che è ai minimi storici (assai sotto le 3mila tonnellate giorno prodotte alcuni anni fa). Gira a ritmi ridotti e, probabilmente - come fa notare Strabone - non tornerà a marciare più come una volta perché è un impianto non più adeguato.
E ciò nonostante ci siano state, anche in questi ultimi mesi di crisi, interessanti opportunità di mercato. Il grosso delle speranze di ripresa della soda è legato alla riattivazione di un forno della Saint Gobain (dove andava il 35% della soda prodotta a Rosignano). Ma anche qui i sindacati temono che quando S. Gobain sarà pronta, Solvay non sarà più in grado di soddisfarne la domanda con l'impianto di oggi. Da qui l'esigenza, sempre più improcrastinabile come ricordo Stefani Santini (Cgil), di un incontro in cui Solvay faccia chiarezza sulla sua permanenza nei prossimi anni a Rosignano.
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