Il Tirreno

Drammatico sfratto per una famiglia di rifugiati politici curdi, lunga mediazione dell’assessore

«Se la polizia si avvicina mi do fuoco»

Abdullah e la sua famiglia con le proprie cose ammassate davanti casa
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Abdullah e la sua famiglia con le proprie cose ammassate davanti casa

Barricato in casa con moglie, figli e una tanica di benzina. Poi si arrende

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 CECINA. Abdullah aveva 150 pecore, in Turchia faceva il pastore. Poi il capo del villaggio gli sparò due fucilate accusandolo di far parte del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan, movimento armato e clandestino. «Io mai stato né con Pkk né con governo turco, io solo curdo» disse Abdullah. Che prese la famiglia e fuggì in Italia. Era il 27 dicembre 2006. Abdullah Esmez ora ha 34 anni, una moglie, tre figli di 8, 9 e 10 anni. Ieri ha afferrato una tanica di benzina minacciando di versarsela addosso e darsi fuoco. Non l'ha fatto, per fortuna. E si è lasciato sfrattare.  E' stata una mattinata movimentata a Palazzi, sulla 206. C'erano vigili, poliziotti, pompieri, volontari e medico della Pubblica assistenza, assistenti sociali. C'erano l'assessore Lia Burgalassi e Franco Rindi, il proprietario di quell'appartamento al primo piano del civico 25 da dove la famiglia Esmez è stata costretta a sloggiare. Per andare dove, ancora non si sa. Burgalassi ha proposto una soluzione provvisoria, tre mesi in una roulotte. MaAbdullah e i suoi nel pomeriggio sono andati sotto il Comune per un sit-in di protesta.  «Sono rifugiati politici, non possono essere trattati così» diceva una parente mentre i bambini saltellavano tra scatoloni, tinozze e fagotti che i genitori aveva ammassato sotto casa. All'ora di pranzo una piccola folla si era radunata là davanti, compresi alcuni esponenti del Social forum cecinese.  Attraverso Talat Ildirim, amico e interprete, Abdullah ci ha mostrato i documenti che testimoniano appunto lo status di rifugiato politico in base alla Convenzione di Ginevra. C'è un documento timbrato dal ministero dell'Interno e protocollato il 24 gennaio 2007, pochi giorni dopo l'ingresso in Italia di quella famiglia curda. Scappato dal suo villaggio, Abdullah e i suoi avevano raggiunto la Tunisia dove si erano imbarcati. Una volta ad Ancona, avevano proseguito per Cecina, dove hanno alcuni parenti. Abdullah aveva chiesto e ottenuto asilo politico anche grazie alle proprie radiografie che mostrano ancora schegge di proiettili nel cranio e al torace.  A Cecina aveva trovato lavoro come cameriere, poi come giardiniere. E aveva preso in affitto un appartamento. Contratto di quattro anni, tutto regolare. Canone: 500 euro al mese. Tutto è filato liscio per un paio di anni. Poi il lavoro ha cominciato a scarseggiare. «Abbiamo soldi per bollette, scuola di bambini, spesa per mangiare». Nulla per l'affitto. Un anno di trattative, di mediazioni del Comune, poi ieri mattina lo sfratto eseguito dalla forza pubblica.  Alle 8,30, quando ha visto i poliziotti, Abdullah si è barricato in casa con la famiglia. «Per lui divise tutte uguali» diceva Talat. Poi ha preso una tanica di benzina minacciando di darsi fuoco se qualcuno si fosse avvicinato alla porta. Lì fuori c'erano anche due bombole del gas e si è temuto il peggio. Sono stati chiamati i vigili del fuoco e un'ambulanza della Pubblica assistenza. Dal commissariato è arrivata una seconda volante.  La trattativa è stata lunga e complessa ma alla fine Abdullah ha ceduto. Anche perché nel frattempo uno dei suoi bambini è svenuto per un malore. Il piccolo, dieci anni, è stato accompagnato all'ospedale insieme alla madre. Anche il padre li ha raggiunti, con gli altri figli. Poi sono tornati tutti lì, a casa, per radunare le proprie cose.

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