Il dolore
Quelle telefonate dopo l'omicidio
Alessandro De Gregorio
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Yosmeri Armas Castilla Le prove dell'accusa convinta di poter inchiodare Armas e Godoy
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LIVORNO. Una sfilza di amanti per la vedova, il cui cellulare ribolliva di chiamate. Un paio di telefonate chiave. E intercettazioni ambientali. Ieri in Corte d'assise l'accusa ha mostrato alcune delle prove con cui è convinta di poter inchiodare Luz Maria Godoy del Toro (41 anni) e Yosmeri Armas Castilla (31) per l'omicidio di Danilo Marzi, il pensionato ucciso il 3 aprile 2008 tra gli orti del Tripesce. Quattro colpi di pistola che sarebbero stati ispirati dalla vedova e sparati dal giovane. Il movente: i soldi. La casa di via Zara, altre proprietà e quanto rimaneva di un'eredità a quell'uomo che voleva divorziare dalla cubana. Complice. All'udienza di ieri ha fatto capolino per la prima volta la parola «terzo complice». Sussurrata durante le indagini, l'ha pronunciata l'ispettore Giuseppe Rizza della mobile. Alla domanda dell'avvocato Enrico Marinai (difensore di Godoy insieme a Gianni Trabuchelli), Rizza è stato autorizzato dal presidente Antonio Del Forno a rispondere con una deduzione: «Secondo me lì c'era un terzo complice, anche la fase ideativa non è farina del sacco dell'Armas. Avevamo un sospetto, ma non siamo riusciti a provarlo». Telefonate. Rizza ha detto anche altro. Ad esempio che quel 3 aprile alle 22,15, poco dopo l'omicidio (21-22), il cellulare intestato alla Godoy aveva ricevuto una chiamata da una cabina di Montescudaio. Per l'accusa era Armas, che abitava a venti metri da quella cabina, ed era senza soldi nel cellulare. In precedenza, alle 21,40, il telefonino di Armas aveva agganciato la cella del Poggetto, a tre chilometri dal luogo del delitto. Aveva telefonato alla Tim per conoscere il credito. Percorso. E se per la difesa quei 35 minuti dalle 21,40 alle 22,15 erano pochi per compiere il percorso Tripesce-Montescudaio, Rizza ha assicurato che «io ci sono riuscito in 19 minuti, a 50 km all'ora». Scontri. Prima di lui gli ispettori Stefano Fatighenti e Maurizio Crecchi avevano spiegato come avevano dovuto ripartire da zero con le indagini e come si erano concentrati sulle posizioni di Godoy e Armas. L'udienza ha vissuto anche momenti di tensione. Come quando l'avvocato di Armas, Filippo Fatticcioni, ha invitato il pm Giuseppe Rizzo a non fare cenni con la testa per suggerire le risposte. «Avvocato non si permetta!» ha replicato Rizzo. Carenze. Gli avvocati hanno messo il dito su quelle che secondo loro sono state carenze investigative. Alibi fragili, figure ambigue come quella di un vicino (Umberto De Cristoforo) che una settimana dopo l'omicidio consiglia alla donna di «non parlare perché qualcuno è stato in casa», alludendo alle cimici. Sottolineate anche vecchie relazioni della vittima, presunti legami con la criminalità calabrese. Rubrica. Si è dibattutto sull'uso promiscuo o meno di quel telefonino con scheda Vodafone, quel 347 intestato alla Godoy che riceveva molte chiamate. «La figlia più piccola della Godoy - ha replicato Crecchi - mi mostrò la rubrica del suo, dove a quel numero corrispondeva "mamma"». Calibro 38. E poi l'arma, la Smith & Wesson di Sergio Ballatori, cognato di Armas. Trovata nella sua abitazione in via Cantini, pulita e oliata, nell'armadio della camera degli ospiti dove Armas aveva dormito prima di trasferirsi a Montescudaio. E il sacchetto dei proiettili calibro 38, scamiciati e non scamiciati. Fughe. E le fughe. Quella di Armas, a Las Palmas (Canarie) comunicata però al datore di lavoro. E quella di Luz Maria, il 20 giugno 2008, quando era ancora sentita a sommarie informazioni. Quando in questura le dissero della telefonata dalla cabina, la donna uscì di corsa. Fu raggiunta e riportata dentro. «Tre giorni dopo - ha aggiunto Crecchi - Armas acquistò un biglietto aereo e sparì. Godoy ottenne la cittadinanza, il passaporto e si informò per acquistare un biglietto aereo per Cuba». Cimici. Infine il commissario Sabina Vivaldi ha introdotto le intercettazioni ambientali. Cimici messe nella casa di via Zara, nel carcere durante i colloqui tra Armas e i familiari, nel commissariato di Cecina quel 7 dicembre 2009 quando fu disposto il fermo della Godoy. Si sentono la sorella di Armas che lo rimproverava per la fuga e Ballatori furioso con il cognato per la faccenda della pistola. Tra un mese la prossima udienza.
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