Il Tirreno

IMMIGRAZIONE

Un capannone per pregare viaggio nell'Islam toscano

Elidabetta Arrighi
Un capannone per pregare viaggio nell'Islam toscano

In Toscana sono almeno una dozzina i centri islamici, per oltre 4mila fedeli. In alcuni casi le aperture hanno provocato polemiche politiche e proteste come sta accadendo a Grosseto. Anche a Cecina, dove il centro è stato aperto in un capannone, non sono mancate contestazioni. Intanto la Coop inizia a vendere carne halal, cioé ricavata da animali uccisi in modo rituale

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CECINA. Si varca un portoncino verde e si sale una scala in ferro fino al primo piano del capannone industriale alla periferia di Cecina: si entra in un open space arredato con tende e tappeti orientali che ricoprono tutto il pavimento. E’ un Centro culturale islamico adibito anche a luogo di preghiera.

In Toscana sono almeno una dozzina, per oltre 4mila fedeli, i Centri sparsi nelle province di Massa Carrara, Siena, Firenze, Pisa, Livorno, Prato, Grosseto. In alcuni casi le aperture hanno provocato polemiche politiche e proteste. Anche a Cecina, dove il Centro è stato aperto in agosto e dove ancora non è tutto a posto dal punto di vista burocratico, c’è stata polemica: il centrodestra si è rivolto al sindaco Stefano Benedetti chiedendo chiarimenti, a partire dalla destinazione d’uso dell’immobile. «Il proprietario si è rivolto ad un geometra che ha in mano le carte per fare in Comune il cambio di destinazione: è questione di qualche settimana» spiega Hassan Filahi, 49 anni, presidente del Centro Cecina-Casablanca, sposato con tre figli, in Italia dall’ 83, ex venditore ambulante oggi impiegato in una ditta di rottamazioni, abitante a Riparbella.

Nel grande open space - 145 metri quadrati e 850 euro di affitto mensile (si autotassano i fedeli, una quarantina di persone) - ci sono lungo la parete orientata evrso la Mecca una poltrona posizionata su un doppio scalino, un leggìo, una libreria con una ventina di copie del Corano, un quadro in metallo con incise le parole del Profeta e un altro con la scritta Allah. In cima alle scale è ricavato uno spazio destinato alle donne e dove, la domenica mattina, si possono seguire due ore di insegnamento dell’arabo, la lingua che i figli degli immigrati conoscono poco anche se si parla in famiglia, perchè per chi è nato in Toscana e frequenta le scuole pubbliche la lingua corrente è diventata l’italiano. «Le lezioni sono aperte a tutti - sottolinea Slimani Asdellatif, 42 anni, marocchino, sposato con tre figli, residente a Cecina, corriere Tnt - Se vengono gli italiani, sono i benvenuti».

Venerdì scorso, dopo la preghiera con l’imam - «un ragazzo istruito che lo fa volontariamente» - il gruppo ha mangiato il cous cous: semola naturalmente, più carne di manzo e verdure cucinate secondo la ricetta marocchina.

«Volevamo avere un luogo dove salutare i nostri morti prima di riportarli in Marocco - racconta Hassan - eravamo sempre costretti a rivolgerci all’Arci. Abbiamo cominciato a pensare ad un Centro culturale, un luogo di ritrovo e anche di preghiera».
«In certe situazioni - prosegue Slimani - il ritrovo dei marocchini era diventato davanti la mia casa, con il rischio di dare noia ai vicini».

Sono una quarantina gli immigrati di religione musulmana che frequentano il Centro: arrivano da Cecina, Rosignano, Vada, Donoratico, Riparbella e altri paesi limitrofi. «Noi preghiamo cinque volte al giorno - raccontano - e una volta alla settimana, il venerdì, lo facciamo al Centro. Perchè la preghiera del venerdì è più complessa e l’imam ci spinge ad essere migliori».

Giovani e meno giovani, «credo abbastanza bene integrati» sottolinea Slimani. «Intolleranza? C’è gente brava e altra che lo è di meno, accade in Italia come in Marocco. Ma grossi problemi non li ho mai avuti». Anche se la diffidenza di molti italiani, al Centro, viene percepita: «Ma qui siamo tutte brave persone. Vogliamo solo pregare e ritrovarci per non perdere le nostre radici».

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