Sicurezza
cecina
Sfrattati dal casolare in rovina
Alessandro De Gregorio
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Il tetto sfondato dell’edificio e un’immagine del vecchio casolare all’angolo tra via Curtatone e via MagonaGLI INVISIBILI Da anni avevano occupato abusivamente l'edificio di via Curtatone. Che sta crollando a pezzi
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CECINA. Angolo tra via Magona e via Curtatone. Per anni quel casolare «invisibile» ha offerto riparo a senzatetto, disperati, poveri. Fino a ieri. Ora si sono accesi i riflettori. E' scattato lo sfratto. Non tanto per l'occupazione abusiva quanto per la precaria staticità dell'immobile.
Ieri, ore 9: gli inquilini fantasma escono dall'ombra. Sono un giovane cecinese e tre famiglie di rifugiati politici eritrei. Ci sono vigili e carabinieri, amministratori e dirigenti comunali. Ma anche psicologi e assistenti sociali. Non è uno sfratto a colpi di asce e ordinanze. Si punta sul convincimento, si fa leva sul buonsenso. E sulla solidarietà. «Questa gente non finirà sulla strada - promette l'assessore Lia Burgalassi - Tutti verranno ospitati per tre mesi in un residence e poi sono già pronte soluzioni, affitti a condizioni molto basse».
Terim è il più difficile da convincere. Anche se è l'unico con un lavoro sicuro. «Non mi fido», ripete all'assessore, agli psicologi, al comandante dei vigili Vincenzo Cerrone. Gli altri invece eseguono in silenzio. Anche se, come dice Lidya, «per noi sarà dura pagare un affitto». Perché loro fanno lavoretti, non un lavoro. E' altra cosa.
C'è un bambino con un cespuglio di riccioli neri che gioca in quel viavai di gente e scatoloni. C'è un neonato. E ci sono cani. Due: quelli di Paolo, il cecinese. Lui non è un rifugiato. «Io sono solo povero» dice sorridendo con i denti sgangherati.
L'edificio ha il tetto sfondato. Mostra segni di cedimento e due diverse povertà. Quella di Paolo si affaccia su via Curtatone ed è una povertà disperata, che trasuda sconfitta. Una tenda al posto del portone separa la strada da una stanza sporca e piena di oggetti. Rifiuti, dovremmo dire. Oltre le scalette ripide, ci vuole una gran fantasia per intuire che siamo in camera. Perfino i cani sembrano a disagio. Paolo fa il muratore. Quando capita. Ha avuto problemi con la giustizia, storie di droga. «Non mi posso permettere un affitto», spiega. Lo sfratto, ora possiamo dirlo, è stato rimandato di un giorno proprio per lui. Si temeva che potesse reagire male. Invece è stato il più ragionevole. Anche perché due persone in particolare lo hanno rassicurato. E aiutato. Paolo chiede di ringraziarle. Una è il veterinario Marco Melosi, che ha pensato alla sistemazione dei cani. L'altro è il maresciallo Fabio Pacchini, che ha parlato a lungo con quel giovane troppo giovane per fare il barbone. E' mezzogiorno quando il sottufficiale torna con alcune borse. Sono abiti per Paolo. Puliti, asciutti. Arriveranno altri, è in corso una raccolta tra i carabinieri. E se tutto andrà bene, arriverà anche un lavoro.
L'altro lato dell'edificio, quello di via Magona, ospita una povertà assai diversa. Più dignitosa. Fuori dalle tre porte di ingresso ci sono ottimistiche piante della felicità. Le stanze sono arredate. In modo semplice ma con amore. Anche con un certo gusto. Divanetti, soggiorni, composizioni al centro dei tavoli. Mamoud si è pure costruito un bel caminetto.
Ma da quanto tempo sono lì? «Due anni e otto mesi - risponde Lidya - e stavamo bene. Ora? Non lo so. Sì, ci portano in albergo. Poi hanno detto che possiamo andare in affitto. Ma chi li ha i soldi? Noi lavoriamo uno o due giorni da una parte, una settimana dall'altra. Speriamo, non so che dire...».
Gli operai comunali azionano la sega elettrica. Lì di fronte c'è un albero dal tronco secco e spaccato, rischia di cadere da un momento all'altro. E poi si attendono gli operai dell'Enel per sistemare gli allacci. Perché la corrente in quelle stanze c'era, anche se nessuno la pagava. Allaccio abusivo, ovviamente. E' la legge della sopravvivenza, bellezza.
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