Finanza
Ambiente
Falda inquinata, via al processo
Alessandro De Gregorio
Roberto Massini e il figlio Giacomo imputati per avvelenamento di acque destinate all'alimentazione
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CECINA. Si torna a parlare di etilene e trielina, di pozzi inquinati dalla ex conceria Massini. Se ne torna a parlare in un'aula di tribunale, visto che dopo quattro anni di indagini e un altro di rinvii vari è cominciato il processo nei confronti di Roberto Massini (68 anni) e del figlio Giacomo (36).
I Massini sono accusati di avvelenamento di acque destinate all'alimentazione, causato dalla ex conceria di Poggio Gagliardo che portava appunto il nome di famiglia. E la Regione Toscana, costituitasi parte civile, ha già annunciato di chiedere circa due milioni e trecentomila euro a titolo di risarcimento per le opere di spurgo e bonifica dei pozzi.
L'imputazione. Roberto Massini è imputato quale titolare della ex conceria e successivamente quale socio - insieme al figlio Giacomo - della Erre Emme sas, società proprietaria dell'area su cui insisteva l'ex conceria. Un'area di 15mila metri quadrati di superficie coperta e non, sulla quale i carabinieri accertarono la presenza di cinque vasche di raccolta per reflui, nonché 80 fusti contenenti rifiuti liquidi scarto del processo di lavorazione conciaria.
Avvelenamento. I due Massini sono accusati di aver avvelenato, per colpa consistita in negligenza e imprudenza, le acque destinate all'alimentazione prima che le stesse venissero distribuite per il consumo. Nello specifico, sono accusati «di non aver gestito correttamente lo stoccaggio delle numerose tipologie di rifiuti residui dell'attività conciaria sull'area di loro proprietà, consentendo che si verificasse l'infiltrazione di organoclorurati, in particolare dei composti Tce (tricloroetilene) e Pce (tetracloroetilene), nelle falde acquifere dei comuni di Montescudaio e Cecina, determinando in tal modo l'inquinamento di circa dieci pozzi contenenti acqua destinata al consumo».
Le analisi. I fatti risalgono al 2004, quando (era il mese di aprile) l'Arpat segnalò in alcuni pozzi della falda cecinese la presenza di Tce e Pce oltre i limiti di legge. Scattarono i controlli del Noe (il nucleo operativo ecologico dei carabinieri), i sequestri dell'area, ulteriori indagini di Arpat e Asa. La fonte dell'inquinamento venne dichiarata l'ex conceria Massini, chiusa da oltre dieci anni ma che stoccava nel piazzale contenitori pieni di residui della lavorazione della pelle. La perdita di questi contenitori avrebbe causato l'inquinamento.
Le indagini. In particolare il 12 maggio 2004 il Noe firma un verbale di sequestro probatorio relativo a due cisterne, ciascuna di circa tre metri cubi di capienza, delle quali una divelta, mancante del collettore di chiusura e vuota; e di un'altra porzione di piazzale dopo quella già sequestrata il 28 aprile. In quel verbale il Noe scrive che «la trielina risulta essere univocamente una delle principali matrici inquinanti delle falde».
La trielina. Scrivono ancora i carabinieri a proposito della ex conceria Massini: «Ex sito industriale già attivo nella concia di pellame attraverso processi di trattamento della materia prima che, nelle varie fasi di lavorazione e soprattutto nella fase finale di sgrassaggio, utilizzava sostanze chimiche la cui natura è compatibile con le sostanze inquinanti di tipo Tce».
L'azienda poi fu dichiarata fallita nel 1995 «ma proseguì la propria attività produttiva fino al 1996 per effetto della locazione in favore della Giemme srl, amministrata per pochi mesi da Edi Meini, moglie di Roberto Massini, e poi, fino alla definitiva chiusura nel 1996, da Benvenuto Massini, padre del fallito».
Gli immobili e i piazzali poi furono acquistati dalla Erre Emme sas, amministrata dal socio accomandatario Giacomo Massini, mentre rimasero invendute le attrezzature e quant'altro di non strutturale agli immobili. Con la conseguenza, osservano ancora i carabinieri, che l'area risultò abbandonata e degradata. Il Noe peraltro trovò non solo le cisterne ma anche eternit (cemento amianto) interrato.
La bonifica. Una volta venuta alla luce la presenza di trielina, e dunque sempre nell'aprile 2004, i sindaci di Cecina e di Montescudaio con ordinanza intimano ai Massini la messa in sicurezza dell'area e della falda. Due mesi dopo il sindaco di Montescudaio Aurelio Pellegrini, preso atto dell'inadempienza, avvia d'ufficio gli interventi. Interventi coordinati, finanziati dalla Regione e quantificati in una spesa di due milioni e 260.959 euro. E' di questi soldi che ora chiede il rimborso la Regione, costituitasi parte civile insieme a Francesco Barreca, Simonetta Barreca ed Enzo Cruciata (le parti offese risultano Aldo, Graziano e Ubaldo Giannelli).
Il rinvio a giudizio. L'indagine della Procura fu avviata dal sostituto Mario Profeta, poi ripresa e chiusa dalla dottoressa Carmen Santoro. Il rinvio a giudizio risale alla fine dello scorso anno. La prima udienza in tribunale a Cecina c'è già stata a fine luglio davanti al giudice Antonio Del Forno, ma è servita solo per respingere un'eccezione di incompetenza per materia sollevata dall'avvocato Enrico Marinai (difensore degli imputati) e rinviare le parti a gennaio, per la prima vera udienza dibattimentale.
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