Il Tirreno

ROSIGNANO

Poletto disse che voleva essere arrestato

Alessandro De Gregorio
Giampaolo Poletto il giorno dell’incidente mortale
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Giampaolo Poletto il giorno dell’incidente mortale

Disse che voleva essere arrestato. Ma Giampaolo Poletto non può restare in carcere. Non è il luogo adatto per le sue condizioni mentali. Lo ha spiegato anche il professor Giovan Battista Traverso nell'ultima perizia sul trentottenne

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ROSIGNANO. Disse che voleva essere arrestato. Ma Giampaolo Poletto non può restare in carcere. Non è il luogo adatto per le sue condizioni mentali. Lo ha spiegato anche il professor Giovan Battista Traverso nell'ultima perizia sul trentottenne che, il 25 agosto, ha rubato un pullman dell'Atl a Rosignano e ha finito per investire e uccidere a Livorno il meccanico Enrico Raffaelli.

Ieri la direzione delle Sughere ha chiesto al sostituto procuratore Giuseppe Rizzo il trasferimento di Poletto all'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo.
Intanto dal passato di Poletto spunta un altro capitolo della sua vita tormentata. Un episodio che arriva anche prima di quel 6 agosto quando già la Procura aveva chiesto invano al gip una misura di sicurezza dopo i vari incendi di auto e abitazione.
Qualche giorno prima, il 27 luglio, Poletto era stato assolto in tribunale a Cecina «per aver commesso il fatto in stato di piena incapacità di intendere e di volere». Il fatto, configurabile come procurato allarme, era una telefonata alla polizia con cui diceva di aver ucciso la moglie. Non era vero, ovviamente. Poletto aveva usato un altro nome e si era inventato pure un complice. Erano le 14,30 del 22 maggio 2005. Quattro anni fa. Quando arrivarono le volanti, Poletto era in camera sua, nell'appartamento di via Costituzione a Rosignano. «Volevo essere arrestato» disse ai poliziotti.

Che lo volesse o meno, ora quello suona come uno dei tanti segnali lanciati dall'uomo. Una richiesta di aiuto, di considerazione.
E per quell'episodio c'era stata un'altra perizia psichiatrica firmata dal dottor Enrico Malotti, incaricato proprio dal sostituto Giuseppe Rizzo. In quella consulenza c'è la vita di Poletto. La sua infanzia, i rapporti con i genitori, i disagi con la zia alcolizzata. Ci sono la licenza elementare presa a fatica a 19 anni, il riconoscimento dell'invalidità del cento per cento con indennità di accompagnamento «per disturbo della personalità con gravi alterazioni del comportamento». Un «ritardo mentale moderato in sindrome di Klinefelter», scrive lo specialista. Che, al momento della perizia (depositata il 27 gennaio 2007) esclude la pericolosità sociale di Poletto: «Perché grazie ai trattamenti terapeutici svolti in accordo coi servizi sociali egli appare oggi adeguatamente reinserito nel contesto sociale». Malotti scrive che Poletto «ha partecipato a programmi socio-riabilitativi e in questo ambito, da alcuni anni, usufruisce di un inserimento lavorativo protetto al consorzio che effettua il trasporto mensa per le scuole materne del comune di Rosignano».

Poletto viene definito uno dal «carattere socievole ma con problemi comportamentali fin dall'adolescenza». Gli viene attribuito uno «sviluppo psichico ritardato con conseguente deficit intellettivo». Se ne sottolineano i «disturbi dell'emotività accompagnati da scarsa tolleranza delle frustrazioni e discontrollo degli impulsi. In situazioni di stress sono descritti episodi di fuga da casa».
Nella stessa consulenza si legge che Poletto fino a 17 anni segue la famiglia nelle attività circensi e riceve un addestramento. Tanto che, a fronte del ritardo mentale «mostra un'abilità sul piano fisico gestuale e manuale e una particolare attrazione e abilità nell'uso di attrezzi meccanici semplici».
Contiene già molto quella consulenza. Ma non abbastanza per prevedere quel che poi è successo.

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