Sicurezza
Rosignano
La Procura indaga sui fanghi Solvay
Alessandro De Gregorio
Arpat ha stabilito che l'anno scorso sono state scaricate nel fosso bianco 129mila tonnellate di solidi sospesi anziché 60mila
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ROSIGNANO. Al momento non ci sono indagati. Ma l'indagine c'è e riguarda la Solvay. La Procura di Livorno ha aperto un fascicolo per fare piena luce sulla questione degli scarichi a mare dello stabilimento chimico, su quei fanghi che non dovevano superare una certa soglia e che invece - lo scorso anno - hanno più che doppiato i limiti. Limiti fissati da un accordo siglato nel luglio 2003 con enti locali e due ministri: quello dell'ambiente Altero Matteoli e quello delle attività produttive Antonio Marzano.
Di questo sforamento "Il Tirreno" ne ha scritto una ventina di giorni fa, quando il nostro giornale ha pubblicato le conclusioni del rapporto Arpat 2008. In quel rapporto del dipartimento provinciale, firmato da Simona Carrozzino e Guido Spinelli, c'erano i risultati di 49 prelievi eseguiti nello scarico generale dello stabilimento (per valutare il contenuto di solidi sospesi), di 9 campionamenti (per controllare la percentuale di cromo, cadmio, mercurio, piombo) e di altri 7 campionamenti eseguiti negli scarichi a piè di impianto (clorometani, acqua ossigenata e cloro soda). Arpat ha stabilito che tutti i parametri di concentrazione di tali sostanze sono stati rispettati. Ma non la quantità dei fanghi industriali scaricati in mare: oltre 129mila tonnellate (129.218 per la precisione) invece delle 60mila previste nel 2008. Valore peraltro inferiore a quello del 2007 ma di poco superiore a quello del 2006.
L'accordo di programma era stato siglato il 31 luglio 2003 a Roma da Solvay, Comune, Provincia, Regione e i due ministeri. Intorno a tre punti chiave: Solvay si impegnava a sostituire le vecchie celle a mercurio dell'elettrolisi con quelle a membrana per ridurre la fuoriuscita del metallo pesante (e la sostituzione poi è avvenuta); a ridurre gli emungimenti di acqua di falda attraverso il riciclo delle acque reflue dei depuratori di Cecina e Rosignano (cosiddetto impianto Aretusa, realizzato); e, appunto, a ridurre la quantità di solidi sospesi (prevalentemente carbonati di calcio) scaricati in mare dal fosso bianco, attraverso un processo di graduale ma costante riduzione degli scarichi fino alla loro totale eliminazione. Al momento della firma, lo stabilimento chimico scaricava fanghi in mare al ritmo di 200mila tonnellate annue.
Impegni e interventi resi possibili anche grazie a soldi pubblici. Già all'epoca si disse che gli investimenti di riconversione ecologica della produzione Solvay sarebbero costati 57 milioni di euro, di cui il 30% (oltre 17 milioni) a carico delle amministrazioni pubbliche (ministeri ed enti locali).
Il 31 marzo scorso l'Arpat, incaricata di monitorare sul rispetto degli impegni assunti da Solvay, ha consegnato il rapporto sul secondo semestre 2008. Un dossier reso pubblico solo il mese scorso durante una serata ad hoc organizzata alla Festa di Liberazione. Ma in qualche modo conosciuto anche da Medicina democratica, che alla fine di maggio aveva presentato un esposto in Procura.
E ora la Procura vuol vederci chiaro. Capire intanto perché, nonostante gli interventi fatti in azienda, non sono stati rispettati i limiti di scarico. Quali problemi ci sono stati? E di conseguenza: la concessione dei contributi pubblici è regolare se il protocollo d'intesa non è stato pienamente rispettato? Infine la Procura starebbe anche verificando se tutto questo produca o meno fenomeni di inquinamento.
C'è massimo riserbo tra gli uffici livornesi di via Falcone e Borsellino, ma sappiamo per certo che è in corso una consulenza tecnica. Forse più di una. Un'analisi capillare con prelievi già eseguiti e altri che verranno ripetuti proprio per azzerare il margine di errore.
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