Attenzione
Zio orco non paga il risarcimento
Ha chiesto la sospensiva della provvisionale
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CECINA. La Cassazione ha confermato la condanna di "zio orco". Si chiude così, con il pronunciamento della Suprema Corte, una lunga vicenda processuale e soprattutto una triste storia di violenze sessuali ripetute ai danni di una ragazzina (quando cominciarono gli abusi aveva 11 anni). Il carnefice, che in appello è stato condannato a un anno e dieci mesi, era lo zio.
Una squallida storia di abusi che si è protratta per ben quattro anni: dal 1994 al '98.
In primo grado l'uomo, un camionista cecinese di 53 anni, è stato condannato dal Tribunale di Livorno a sei anni di reclusione, oltre alle pene accessorie. I giudici accolsero infatti la richiesta del pubblico ministero Antonio Giaconi: 6 anni per violenza sessuale continuata sulla nipote. Oggi una giovane donna, che si è costituita parte civile rappresentata degli avvocati Mazzino Barzi e Caterina Barzi.
Il primo processo si aprì nel 2005 e due anni dopo arrivò la sentenza del tribunale. Che fissò anche una provvisionale per il risarcimento di 25mila euro.
Ma l'uomo presentò ricorso in appello, chiedendo contemporaneamente una sospensiva della provvisionale. Richiesta che ha bloccato il pagamento. Il tribunale di secondo grado si è pronunciato nel 2008, e gli ha riconosciuto delle attenuanti, riducendo notevolmente la pena, che da sei anni è scesa a un anno e dieci mesi. E gli ha scontato anche la provvisionale, passata dai 25mila euro originari a 5mila.
L'autotrasportatore, non contento, ha impugnato anche la sentenza della Corte d'appello ricorrendo in Cassazione. E ha chiesto una nuova sospensiva dal pagamento della provvisionale.
Ieri il pronunciamento degli Ermellini, che hanno rigettato il ricorso confermando la condanna e la pena prevista dalla Corte d'appello.
Mettendo così la parola fine a una vicenda processuale delicata e angosciante, scaturita da una vicenda altrettanto angosciante, che la vittima è riuscita a raccontare solo dopo molti anni e con l'aiuto di una psicologa. Adesso la ragazza di anni ne ha 28, ma all'epoca dei fatti era poco più che una bambina. «Mio zio ha abusato di me fin da quando avevo undici anni», raccontò alla terapista. Un percorso obbligato: i genitori, dopo un periodo di mutismo e di depressione in cui si era chiusa la figlia, si rivolsero a un'esperta per avere un sostegno. E finalmente, dopo lunghe sedute, un pianto dirotto e la liberazione: la ragazzina riuscì a tirare fuori il magone che l'opprimeva da tempo. A questo punto si è innescata la vicenda giudiziaria: la denuncia ai carabinieri, quindi le indagini della magistratura e la richiesta di rinvio a giudizio, i tre gradi di processo. Una vicenda tanto più carica di tensione e di dolore, perché ha visto contrapporsi i membri di una stessa famiglia.
Col pronunciamento della Cassazione, la sentenza è definitiva e la condanna confermata. Ma la vittima non ha avuto neppure quel modesto risarcimento fissato dalla legge. Ora i suoi legali intraprenderanno un'azione civile.
M.M.
Una squallida storia di abusi che si è protratta per ben quattro anni: dal 1994 al '98.
In primo grado l'uomo, un camionista cecinese di 53 anni, è stato condannato dal Tribunale di Livorno a sei anni di reclusione, oltre alle pene accessorie. I giudici accolsero infatti la richiesta del pubblico ministero Antonio Giaconi: 6 anni per violenza sessuale continuata sulla nipote. Oggi una giovane donna, che si è costituita parte civile rappresentata degli avvocati Mazzino Barzi e Caterina Barzi.
Il primo processo si aprì nel 2005 e due anni dopo arrivò la sentenza del tribunale. Che fissò anche una provvisionale per il risarcimento di 25mila euro.
Ma l'uomo presentò ricorso in appello, chiedendo contemporaneamente una sospensiva della provvisionale. Richiesta che ha bloccato il pagamento. Il tribunale di secondo grado si è pronunciato nel 2008, e gli ha riconosciuto delle attenuanti, riducendo notevolmente la pena, che da sei anni è scesa a un anno e dieci mesi. E gli ha scontato anche la provvisionale, passata dai 25mila euro originari a 5mila.
L'autotrasportatore, non contento, ha impugnato anche la sentenza della Corte d'appello ricorrendo in Cassazione. E ha chiesto una nuova sospensiva dal pagamento della provvisionale.
Ieri il pronunciamento degli Ermellini, che hanno rigettato il ricorso confermando la condanna e la pena prevista dalla Corte d'appello.
Mettendo così la parola fine a una vicenda processuale delicata e angosciante, scaturita da una vicenda altrettanto angosciante, che la vittima è riuscita a raccontare solo dopo molti anni e con l'aiuto di una psicologa. Adesso la ragazza di anni ne ha 28, ma all'epoca dei fatti era poco più che una bambina. «Mio zio ha abusato di me fin da quando avevo undici anni», raccontò alla terapista. Un percorso obbligato: i genitori, dopo un periodo di mutismo e di depressione in cui si era chiusa la figlia, si rivolsero a un'esperta per avere un sostegno. E finalmente, dopo lunghe sedute, un pianto dirotto e la liberazione: la ragazzina riuscì a tirare fuori il magone che l'opprimeva da tempo. A questo punto si è innescata la vicenda giudiziaria: la denuncia ai carabinieri, quindi le indagini della magistratura e la richiesta di rinvio a giudizio, i tre gradi di processo. Una vicenda tanto più carica di tensione e di dolore, perché ha visto contrapporsi i membri di una stessa famiglia.
Col pronunciamento della Cassazione, la sentenza è definitiva e la condanna confermata. Ma la vittima non ha avuto neppure quel modesto risarcimento fissato dalla legge. Ora i suoi legali intraprenderanno un'azione civile.
M.M.
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