Attenzione
Voglio lavoro, non elemosina
Alessandro De Gregorio
Vive in una baracca sul fiume Cecina e campa di pesca
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CECINA. Nessuno le porterà una mimosa. O la inviterà a cena in un ristorantino chic. Nessuno le ricorderà che oggi è anche la sua festa, l’8 marzo. La festa delle donne. Del resto, per lei le ricorrenze non hanno più un senso. I giorni sono tutti uguali. Vedova due volte, del marito e del nuovo compagno, per lei ora conta solo una cosa: sopravvivere. Lo fa dignitosamente, pur abitando da un anno in una baracca lungo un fiume. Una capanna che si è costruita da sola, in tre giorni, sul Cecina. E’ la seconda che costruisce. La prima gliela buttarono giù le ruspe. Lei non si perse d’animo, cambiò zona e ne tirò su un’altra. Dove vive adesso. L’altro giorno per poco la piena non gliela porta via.
Lei è una cinquantenne polacca. Al suo paese, al confine con la Germania, ha tre figli. «Loro non cattivi - mette le mani avanti - io non volere tornare perché in Polonia c’è miseria». Laggiù c’è miseria, dice. Laggiù. Lei non ha un soldo, da quando è morto (due anni fa) il suo nuovo compagno in un incidente stradale. Lui lavorava in un cantiere, al nero. Lei per un po’ prese il suo posto. Al nero, ovviamente. Poi fu licenziata. La liquidazione? 30 euro. Da allora è senza il becco di un quattrino. E per giunta senza documenti: rubati. Potrebbe chiedere un nuovo passaporto al consolato.
Sì, ma la residenza? Mica ci può scrivere che abita in una baracca su un fiume. E allora si arrangia. Campa di espedienti. Fa pulizie in una casa, o in un negozio. Una volta al mese va alla Pubblica assistenza e torna con un pacco di viveri: farina, pasta, zucchero, olio. Ogni tanto cena alla Caritas. E poi pesca. «Avevo canna da pesca ma sparita quando venute ruspe». Le è rimasto un mulinello sgangherato, che fissa su una canna (di bambù) con cui cattura le carpe. Poi le cuoce sulla brace. Se piove, si ritira «in casa» e cucina su un fornellino a gas da campeggio.
Già, la casa: due metri per due di ampiezza, per due di altezza. Telaio in legno, pareti in canne e teli, ondulina come tetto. Sembra quella dei sette nani per l’ordine e la cura con cui tiene là dentro le sue poche cose. Una brandina ben rifatta, gli abiti sulle grucce appese alle canne del controsoffitto, una minicredenza. Si lava con l’acqua del fiume. La luce è quella di una candela. Se le chiedi come fa a vivere così, lei risponde «bene».
Non un lamento. Una povertà estrema quanto orgogliosa. «Creativa», per dirla con un nostro ministro. Si arrangia come può. Tempo fa fu agganciata dalle assistenti sociali e sistemata per due mesi in un albergo. Poi, finiti i fondi, tornò alla sua baracca. «Ma io non vuole elemosina, io vuole guadagnare i soldi per mangiare». E’ l’unica cosa che chiede.
Lei è una cinquantenne polacca. Al suo paese, al confine con la Germania, ha tre figli. «Loro non cattivi - mette le mani avanti - io non volere tornare perché in Polonia c’è miseria». Laggiù c’è miseria, dice. Laggiù. Lei non ha un soldo, da quando è morto (due anni fa) il suo nuovo compagno in un incidente stradale. Lui lavorava in un cantiere, al nero. Lei per un po’ prese il suo posto. Al nero, ovviamente. Poi fu licenziata. La liquidazione? 30 euro. Da allora è senza il becco di un quattrino. E per giunta senza documenti: rubati. Potrebbe chiedere un nuovo passaporto al consolato.
Sì, ma la residenza? Mica ci può scrivere che abita in una baracca su un fiume. E allora si arrangia. Campa di espedienti. Fa pulizie in una casa, o in un negozio. Una volta al mese va alla Pubblica assistenza e torna con un pacco di viveri: farina, pasta, zucchero, olio. Ogni tanto cena alla Caritas. E poi pesca. «Avevo canna da pesca ma sparita quando venute ruspe». Le è rimasto un mulinello sgangherato, che fissa su una canna (di bambù) con cui cattura le carpe. Poi le cuoce sulla brace. Se piove, si ritira «in casa» e cucina su un fornellino a gas da campeggio.
Già, la casa: due metri per due di ampiezza, per due di altezza. Telaio in legno, pareti in canne e teli, ondulina come tetto. Sembra quella dei sette nani per l’ordine e la cura con cui tiene là dentro le sue poche cose. Una brandina ben rifatta, gli abiti sulle grucce appese alle canne del controsoffitto, una minicredenza. Si lava con l’acqua del fiume. La luce è quella di una candela. Se le chiedi come fa a vivere così, lei risponde «bene».
Non un lamento. Una povertà estrema quanto orgogliosa. «Creativa», per dirla con un nostro ministro. Si arrangia come può. Tempo fa fu agganciata dalle assistenti sociali e sistemata per due mesi in un albergo. Poi, finiti i fondi, tornò alla sua baracca. «Ma io non vuole elemosina, io vuole guadagnare i soldi per mangiare». E’ l’unica cosa che chiede.
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