Il Tirreno

A Pisa gli studenti eravamo noi

A Pisa gli studenti eravamo noi

Iacono, Prosperi, Olivari: da docenti ora parlano di quei giorni

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Quarant’anni dopo, da contestatori a professori. Il Sessantotto è invecchiato e molti dei suoi protagonisti sono cambiati, nell’età e nel ruolo. Alcuni dei giovani che all’epoca della contestazione erano studenti all’Università di Pisa, oggi si ritrovano in veste di professori in quello stesso Ateneo. La cattedra, allora simbolo discusso dell’autoritarismo dei baroni, oggi è divenuta il loro strumento di lavoro. Fra gli ex sessantottini taluni preferiscono non ricordare quegli “anni formidabili”, altri invece accettano di parlare e difendono quell’esperienza dagli attacchi che subisce in questa ricorrenza. Nell’Italia uscita dal boom economico, Pisa è uno dei primi luoghi in cui la voglia di rinnovamento dei giovani si trasforma in protesta organizzata. La mobilitazione inizia nel’67: a gennaio viene occupata la facoltà di Fisica e Chimica mentre l’8 febbraio tocca alla Sapienza. Gli studenti protestano contro la Conferenza dei rettori organizzata in città, a cui partecipa anche il ministro Gui. Prima di essere sgomberati dalla polizia, i manifestanti consegnano idee e rivendicazioni ad un documento: nascono così le “Tesi della Sapienza”, una delle principali piattaforme politiche del movimento studentesco italiano. Il 1967, dunque, segna l’avvio della contestazione, ma secondo il professor Adriano Prosperi, oggi docente alla Normale e fino a quell’anno studente nell’istituto di piazza dei Cavalieri, il clima di ribellione montava già da tempo: «Tutto inizia nel luglio del’60 - spiega Prosperi -

La minaccia di un convegno del movimento sociale a Genova, scatena polemiche in tutto il Paese. A Pisa la protesta ha momenti pubblici e contestazioni violente, con la forte partecipazione di un gruppo giovanile socialista che si ispira a Lelio Basso». In quel gruppo militano Luciano della Mea, Gian Maria Cazzaniga, Sebastiano Timpanaro e altri personaggi che avranno un peso nel Sessantotto pisano. Nelle università si misura la natura di uno scontro che travalica i confini accademici e contrappone due diverse visioni del mondo: da una parte ci sono i vecchi baroni, simbolo di una società autoritaria e chiusa al rinnovamento; dall’altra i giovani, nuova “categoria sociale” decisa a prendere in mano le redini del cambiamento. A ciò si aggiungono gli esiti della riforma della scuola superiore, datata 1964, che inaugura la stagione dell’università di massa: «Per la prima volta - spiega Michele Olivari, docente al dipartimento di Lingue e letterature romanze e all’epoca studente - ragazzi usciti dagli istituti tecnici accedono all’università. In una struttura accademica elitaria e chiusa, questo mutamento porta forti disagi in termini di spazi, aule e orari, ma le difficoltà investono anche l’insegnamento. I professori più vecchi, abituati a far lezione ad un pubblico omogeneo di ex liceali, si trovano drammaticamente spiazzati davanti ad una platea a cui non interessa più quel tipo di sapere né quel modo di comunicarlo.

La lezione cattedratica, intesa come opera d’arte oratoria è messa in difficoltà dalla richiesta di seminari, faccia a faccia e assemblee». Episodio simbolo del conflitto in atto, è lo “schiaffo” che nel febbraio del’68 il professor Bolelli assesta ad uno studente: «In quel periodo - ricorda Olivari - ai docenti capitava spesso di entrare in aula e trovare in cattedra uno studente che chiedeva di trasformare la lezione in assemblea». Assemblea, discussione delle varie proposte, votazione. Questo era il protocollo che scandiva le giornate all’università. E se passava la proposta di occupazione si dichiarava assemblea permanente. Il professor Barone, all’epoca preside della facoltà di Lettere, non tollerava che l’ateneo fosse in mano agli studenti. Così ogni volta notificava l’avvenuta occupazione alla Procura, che disponeva l’immediato intervento delle forze dell’ordine. «Una sera verso mezzanotte - racconta Olivari - informato dell’arrivo della polizia, Barone si presenta nella facoltà occupata. Noi studenti eravamo nell’aula al piano terra di palazzo Ricci. Il preside entra e dice: “Sono venuto qua per una questione di dignità personale e professionale. Io sono il responsabile di questa facoltà, non voi, per cui voglio presenziare a ciò che succede”».

Sotto l’influenza del “Potere operaio” (gruppo di cui fa parte anche Adriano Sofri) e dei “Quaderni rossi” di Raniero Panzieri, il movimento studentesco pisano assume molto presto un’impronta politica e ideologica. «Quello che caratterizza il nostro Sessantotto rispetto a Torino o Roma, è lo stretto rapporto che subito si instaura tra movimento degli studenti e lotte per il lavoro - spiega il professor Alfonso Iacono, preside della facoltà di Lettere e Filosofia, nel 1968 studente alla Normale - Fino agli anni Settanta Pisa è una città operaia dominata dalla presenza delle grandi fabbriche: la Saint Gobain, la Richard Ginori, la Marzotto, la Piaggio, la Fiat di Marina di Pisa». Le manifestazioni contro la cassa integrazione alla Saint Gobain e gli scioperi per la preannunciata sospensione di 850 operai della Marzotto vedono la partecipazione degli studenti, vogliosi di entrare in contatto con la realtà sociale senza la mediazione di partiti e sindacati. «Proprio la vocazione ideologica del movimento - spiega il professor Olivari - porta i giovani ad uscire di frequente dalle problematiche interne all’università per partecipare alle lotte sociali». Com’è noto, il giudizio sul Sessantotto non è unanime: il “6 politico”, la critica della meritocrazia e le interrogazioni collettive spingono taluni osservatori ad identificare nel periodo della contestazione l’inizio del decadimento dell’università e della scuola italiana.

«Non darei la colpa al Sessantotto - aggiunge Prosperi - Il disastro è stato provocato dalle leggi sbrigative della politica: prima la liberalizzazione degli accesi voluta da Codignola e poi la riforma Berlinguer hanno ridotto l’università in uno stato catatonico». «I problemi sono arrivati successivamente - sostiene Iacono - quando si è tentato di dare forma politica ad un movimento socio-politico. Di per sé il Sessantotto è stato il punto d’arrivo di un grande cambiamento culturale, iniziato negli anni Sessanta. L’idea negativa che circola oggi rientra nel tentativo di addomesticare i giovani dando loro un’immagine bonificata dei fatti, ma in realtà - conclude Iacono - quella fu un’autentica stagione di rottura».

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