Il Tirreno

Campagna, zen e poesia

Maria Antonietta Schiavina
Campagna, zen e poesia

Un fantasioso agronomo in bilico fra filosofia e Sassicaia

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"Un cipresso di Bolgheri alto e schietto s'inchinò l'altro giorno sul Vial: impaurito trovandosi al cospetto dette l'allarme tempestivo un tal. Credendo di risolver quella bega un pitocco, nativo del paese, s'apprestava con una lunga sega a far la migliore delle imprese..."
 Niente paura, non sono questi i versi di un Carducci impazzito che, magari dopo un goccetto in più, ha trasformato "Davanti a San Guido" in un burlesque, bensì una rivisitazione della poesia carducciana in chiave ironica, nel libro "Mirabilis Jalapa" di Alessandro Petri, scritta da un poeta che di mestiere fa l'agronomo nella tenuta che produce il famoso vino Sassicaia e che, fra la cura di un vitigno e la raccolta dei grappoli, si è divertito a inventarsi un Giosue alternativo, scaturito dalla sua fantasia, grazie anche ai racconti che sentiva da bambino, quando Petri, oggi oltre che agronomo e rivisitatore della poesia carducciana, anche apprezzato autore di versi haiku, frequentava la casa dei nonni a Castagneto Carducci, abituandosi alla "presenza" del poeta toscano.

 «La mia - dice Alessandro - è, da parte di madre, un'antica famiglia che vanta tra gli avi Giuseppe Corsiglia, bisnonno di mia nonna e farmacista a Castagneto nel periodo in cui c'era come medico condotto Michele Carducci, padre di Giosue. Giuseppe era anche podestà e, nel periodo dei tumulti, il 1848, tutti gli ulivi delle sue terre vennero tagliati. Per non gettare la legna il mio trisnonno costruì un tavolo, che presenziava in casa come continua fonte di ricordi».

 Cioè?
 
«La nonna mi raccontava di ogni persona che si era seduta a quel tavolo, parlandomi soprattutto del poeta: vedi, mi diceva, qui ha mangiato anche il Carducci da piccolo».

 Giosue Carducci frequentava abitualmente la sua famiglia?
 
«Sì, perché fra il mio trisnonno e il padre di Carducci era nata una grande amicizia».

 L'idea di un libro carducciano è scaturita dunque dai racconti che la nonna le faceva?
 
«Sì. Nel ripescare quei ricordi mi sono detto: perché non far nascere da queste due persone che si scambiavano anche dei carteggi, un motivo che avesse poi potuto influenzare la poetica del giovane Giosue?».

 Un libro però scritto con spirito goliardico, il suo, dove si intrecciano poesie di Carducci rivisitate in chiave ironica a carteggi immaginari.
 
«Un libro in cui ho raccolto anche alcuni versi che avevo scritto, legati ai luoghi carducciani, difficili da proporre perché con una linea slegata fra di loro. Un lavoro prezioso che mi è servito anche per la ricerca della metrica, oggi in poesia spesso dimenticata».

 Il volume che presenta oggi pomeriggio a Campiglia, si intitola "Mirabilis Jalapa". Può spiegare a chi non lo sa cosa significa?
 
«Mirabilis Jalapa è la Bella di notte, una pianta le cui radici erano conosciute dalla farmacopea per le sue qualità purgative. Per la medicina popolare la "Scialappa" era un potente lassativo per intestini pigri. Nel giardinaggio invece, il fiore ha un suo fascino particolare perché si apre quando è buio».

 Ma la scelta di una simile combinazione a cosa è dovuta?
 
«Non è casuale. Da un lato ho messo in rima, come scrivo nell'introduzione, i versi di cui avevo fatto scolastiche indigestioni e che irriverentemente, a volte, mi sono usciti come provocati da scariche diarroiche in seguito a un effetto lassativo. Dall'altra questo lavoro ha accompagnato le mie notti insonni e si è dischiuso insieme a un caro riemergere di ricordi di nonni, di luoghi e di poesia».

 A proposito di poesia parliamo di quella haiku, che fa parte della sua vita da molto tempo.
 
«Lo haiku, che si dovrebbe prionunciare "il haiku" ha il fascino delle parole non dette, perché rende capaci di tradurre un'emozione in sole diciassette sillabe. È una forma poetica, ma non è una poesia vera e propria e neppure un aforisma o un detto. Piuttosto è invece una sorta di fotografia ante litteram, in cui l'autore si limita a immortalare un'apparizione, un attimo».

 Ma perché scegliere la forma dello haiku che è l'opposto, tanto per fare un esempio, della poesia carducciana da lei peraltro amata, che è decisamente più pomposa?
 
«Credo che questa forma sia soprattutto una lezione di umiltà, un invito a muoversi nella natura in punta di piedi e lentamente, per fare attenzione alle piccole cose di cui altrimenti non ci si accorgerebbe».

 Quando si è avvicinato a questa poesia?
 
«Dopo un incidente di percorso che mi ha costretto a letto per molto tempo ed è stata una risposta a una mia richiesta di spiritualità che mi ha riportato a vedere il mio rapporto con tutte le cose. Avevo rischiato di rimanere paralizzato ed essendo costretto all'immobilità avevo preso dei ritmi e dei passi diversi. Non puoi più correre e allora vai piano e andando piano osservi cose che magari correndo sfuggono».

 Leggeva già poesie haiku prima di scriverle?
 
«Attraverso gli scout, che ho cominciato a frequentare da bambino, ho conosciuto la filosofia zen, che mi ha portato prima di tutto a rivedere un po' le mie radici cristiano-cattoliche».

 Di solito chi abbraccia questo genere di filosofia religiosa abiura la propria.
 
«Invece a me non è successo e al contario lo zen mi è servito per riscoprire il cristianesimo in una luce diversa: fra l'altro la filosofia zen si trova nel cristianesimo, anche se papa Ratzingher mi bacchetterebbe per questa convinzione».

 Può spiegarcelo in modo semplice?
 
«E' un po'come gettarsi nel vuoto e questo fa sì che ci si apra completamente a qualsiasi tipo di ricerca. Ed è molto interessante, anche se a volte ha bisogno di una attualizzazione che ci faccia capire qual è il modo cristiano per rapportarsi alle persone e alla vita, che non è solo il far del bene come ci ha sempre insegnato la Chiesa».

 In che senso?
 
«Quando ci viene detto di amare il prossimo come noi stessi, si pone sempre l'accento sull'altro e mai su se stessi. E invece, come predicava Gesù, bisogna amare il prossimo come se stessi, partendo però dal fatto che se prima non si ha un buon rapporto con il proprio io non si può riuscire neppure ad amare gli altri. E neanche si può aiutarli».

 Che cosa insegna esattamente lo zen?
 
«La consapevolezza, quindi l'attenzione e l'apertura globale verso tutte le cose. Di solito noi siamo abituati a una concentrazione esclusiva: ci si concentra su un punto e tutto il resto scompare. A questo proposito cito la frase di un monaco del deserto: "Ho un po' di dubbi sulla progressione spirituale dei miei confratelli, perché quando mostro a loro un panno di lino bianco dove ho disegnato un puntino rosso e chiedo che cosa vedono, mi rispondono che vedono il puntino rosso e nessuno mi dice invece che vede il panno"».

 Lei, mentre spiega la sua filosofia, sembra essere avvolto da un'atmosfera di stupore e di meraviglia...
 
«Ma è proprio questa anche l'essenza della poesia haiku: portare l'accento sulla quotidianità rendendo meraviglioso ciò che in realtà è solo celato da quello che noi definiamo ordinario, solo perché il nostro sguardo disattento non si è soffermato sui particolari».

 Quante poesie haiku ha scritto e quanti libri ha pubblicato?
 
«Ne ho scritte molte ma ho pubblicato solo un libro, "Il vento fra i cipressi", che si avvale della prefazione di un grande conoscitore della cultura orientale come lo scrittore scomparso Fosco Maraini. Purtroppo l'editoria non facilita molto queste cose. Avrei dovuto essere giapponese ma sono italiano e allora... D'altra parte non posso farmi gli occhi a mandorla e penso che gli editori dovrebbero apprezzare, invece che sottostimare, il fatto che un occidentale si avvicini a una filosofia orientale, che poi altro non è se non un modo di leggere la realtà, legato non solo al Giappone ma al mondo intero».

 Che cosa c'entra però la poesia haiku e lo zen con il suo lavoro di agronomo?
 
«Lavoro a Bolgheri nella tenuta San Guido, un luogo meraviglioso che si affaccia sul viale dei cipressi e va dal mare fino alle montagne. E' poesia allo stato puro e perciò di occasioni per pensare e creare ne ho tantissime. Vivo all'aperto e soprattutto vivo il ritmo delle stagioni. E questo insegna molte cose. Come si dice negli scout: "Non esiste buono o cattivo tempo ma buono o cattivo equipaggiamento"».

 Si spieghi.
 
«Se piove, per esempio, non bisogna vedere la pioggia come un fatto negativo, ma cercare di guardare le bellezze che possono esserci nella pioggia o nel vento».

 Chi le ha insegnato a osservare la vita così?
 
«Quella degli scout è stata per me una bella scuola. E poi la famiglia che mi ha aiutato a mantenere forte il rapporto con la terra, anche se i miei genitori, tutti e due insegnanti, hanno in un certo senso "infranto" una linea, usando però la loro cultura per dare ai figli la giusta sensibilità nel vedere cose che magari altri, pur vivendo in campagna, non riescono a trovare. Prendiamo una foglia in un vigneto: il poeta la definisce un miracolo, l'agronomo invece dice che ha carenza di potassio. Solo laddove c'è la sensibilità per "leggere" la natura, si pensa che comunque sia la foglia faccia parte di uno spettacolo meraviglioso».

 Ai suoi figli insegna la sua filosofia?
 «Cerco di farlo. Vivono in campagna tutto l'anno, mia moglie è anche lei agronoma, e anche se poi vanno a scuola in città, osservano ciò che di bello sta loro intorno restandone piacevolmente affascinati».

 Si occuperanno di agricoltura come mamma e babbo?
 
«Il futuro dipende da molti fattori, ma le basi ci sono, anche se poi lo studio li porterà ad avvicinarsi ancora di più alla città e magari a fare scelte diverse».

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