Il Tirreno

Bettini: ecco la mia seconda favola mondiale

Aldo della Nina
Bettini: ecco la mia seconda favola mondiale

«Sono andato più forte che a Salisburgo e ora punto a fare il bis alle Olimpiadi»

5 MINUTI DI LETTURA





PISA. Bicampeone. Un anno dietro l'altro. Sorride. Quanti abbracci. Stringe le mani. Firma autografi. Chiassosa invasione dei suoi tifosi all'aeroporto di Pisa, dove sono arrivati ad accoglierlo anche il padre Giuliano, la mamma Giuliana e la figlia Veronica, 4 anni. Paolo Bettini di nuovo sul trono del ciclismo mondiale. Un altro capolavoro. Alla sua maniera. Con una dedica speciale, stavolta tutta per sè: «Perché dopo quello che era accaduto nell'ultima settimana non era facile fare centro».
 Sbollita la rabbia?
 
«No, quella un po' c'è ancora, ma ora bisogna guardare avanti e godersela questa vittoria».
 Come?
 
«Stando in mezzo a tutta questa gente. Ritrovando i miei parenti, gli affetti più cari. Ho vinto anche per loro».
 Tolto qualche sassolino dalle scarpe...
 
«Io ho sempre detto che nel ciclismo chi sbaglia deve pagare. E finora i corridori hanno pagato in prima persona. Ora, però, bisogna presentare il conto anche a qualche altro che non sale in bicicletta».
 Parli del presidente Uci, Pat McQuaid.
 
«No, con lui, che è uomo di ciclismo, siamo in grado di risolvere le cose in famiglia».
 E allora con chi ce l'hai?
 
«Con i politici tedeschi. Quel ministro, il sindaco di Stoccarda e quella signora che attendevo alla premiazione per stringerle la mano e invece non si è fatta vedere».
 E i tifosi come si sono comportati?
 
«Bene, anzi benissimo. Ho ricevuto tanti complimenti. Solo alla cerimonia un tizio ha scavalcato la transenna protestando. Ma è stato fermato subito».
 Non pensi che McQuaid abbia comunque commesso qualche errore?
 
«Si è contraddetto molte volte, questo è vero, ma ripeto, è il presidente del mio movimento e lo rispetto».
 Sarebbe meglio che si dimettesse?
 
«Non lo so. Abbiamo tutto un inverno per rifletterci. Poi ognuno valuterà la le cose».
 Si è arrabbiato molto per quella mancata firma sulla carta etica antidoping.
 
«Non è così che stanno le cose. Io la firma sui concetti etici l'ho messa, solo che mi sono cautelato per quanto riguarda quelli economici. Non possono pretendere di portarmi via i soldi, che rinunci al mio stipendio. E lì mi sono cautelato con un avvocato».
 Agli avvocati ti sei rivolto anche per altri motivi.
 
«Certo. Ripeto: se io sbaglio devo pagare e sono pronto a farlo. Se però mi tirano del fango addosso o mi accusano di colpe che non ho commesso è giusto che a pagare siano anche gli altri».
 Voltiamo pagina: che mondiale è stato?
 
«Bello e duro, molto duro. Ma esaltante».
 Ha vinto Bettini sostenuto da una grande squadra.
 
«Il nostro sport è buffo. Vince l'individuo ma se non ti aiutano non vai da nessuna parte».
 Il più bravo tra gli azzurri, dopo te.
 
«Tutti, indistintamente».
 La tattica di Stoccarda sembrava quella di Salisburgo...
 
«Non proprio perché il percorso era più impegnativo. A Stoccarda c'erano un paio di strappetti niente male e poi quando superi i 200 chilometri tutto diventa più duro, più aspro».
 Italia sempre all'attacco, secondo copione.
 
«Serviva la selezione altrimenti si arrivava in gruppo. E lì diventava una lotteria».
 Invece con quel quintetto...
 
«Non c'era grande collaborazione, però ho cercato io di mettere insieme gli interessi di tutti. Anche se ero il più veloce, una medaglia non era comunque da buttare per gli altri».
 Chi era il più collaborativo?
 
«Frank Schlek mentre a tentennare un po' è stato Schumacher».
 A proposito del tedesco, a un controllo effettuato dalla sua federazione martedì 25, presentava valori ematici anomali anche se non si trattava di un caso di doping. Ad un ulteriore controllo del 28, da parte dell'Uci, Schumacher era invece nella norma. Le iniziali anomalie sarebbero state determinate da un'infezione.
 C'è stato un momento, durante la corsa, dove ti sei detto che non ce l'avresti fatta?
 
«In sette ore di gara sai quanti momenti difficili ci sono. Tanti, tantissimi. Poi basta che un compagno ti si avvicini, o vedi partirne un altro e ti arriva la scossa, la voglia di andare avanti, di continuare a crederci».
 Il tanto temuto Freire è andato male?
 
«Sì, non è piaciuto come in altre situazioni. Ma il percorso non era facile, come ho già detto, e poi lui ha un modo di correre particolare. Se fai selezione, se spingi, se tieni il ritmo alto, puoi metterlo in difficoltà».
 Il gusto di questa vittoria.
 
«Un buon sapore. E poi non volevo liberarmi di questa maglia. Ho capito che il bianco mi dona».
 Meglio questo successo o quello di Salisburgo.
 
«Ogni vittoria ha il suo valore e il suo fascino. Una cosa però è certa: a Stoccarda sono andato più forte perché bisognava dare di più. Bisognava essere più presenti. Non a caso, dopo sei giri abbiamo iniziato a dare delle belle accelerate».
 E ora?
 
«Ora correremo anche nel 2008 con l'obiettivo di rivincere le Olimpiadi. Voglio onorare al meglio la maglia perché un campione del mondo non può tirarsi indietro. E poi, si sa, ai Giochi tengo in particolar modo».
 E un altro pensierino al mondiale di Varese?
 
«Calma, una cosa alla volta. È già dura averne vinti due di seguito, il tris sarebbe bello, ma non voglio illudermi (a qualche amico, però, ha confidato che ci sta pensando, ndr)».
 Nel 2009 bicicletta al chiodo?
 
«Vediamo. Non lo so ancora, ma l'intenzione sarebbe quella di smettere e di cominciare a stare un po' con la mia famiglia. Ho girato così tanto. Poi per il futuro vedremo. Di idee in testa cene ne sono parecchie, anche fuori dal ciclismo».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Il dolore

San Giuliano Terme, è morto Tiziano Taccola: storico dirigente socialista

di Redazione Pisa