La manifestazione
LA RUBRICA DEL MEDICO
Nuovi farmaci, vecchi problemi
Gian Ugo Berti
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Epatite C: calano i casi anche in Toscana, crescono invece le complicazioni. Parliamo di epatite virale C (70 mila casi nella nostra regione) e dell'azione di un virus che porta nel 30% dei casi alla cirrosi del fegato e nel 2% al tumore. Sotto accusa è il contatto diretto con sangue infetto (nella maggior parte delle situzioni, le infezioni sono avvenute prima del 1990, quando non esistevano test validi per controllare le donazioni) e dallo scambio di siringhe infette (dal 65% al 95% dei tossicodipendenti ha contratto il virus HCV). Ma indice puntato al contempo è sulle pratiche con strumenti non opportunamente sterilizzati, dall'agopuntura, al piercing, ai tatuaggi. Sintomi iniziali sfumati (affaticamento, nausea, vomito, febbre, urine scure, pelle ed occhi gialli, dolore al fegato) rallentano il sospetto e la diagnosi si manifesta spesso in epoca tardiva. Non esiste purtroppo alcun vaccino ed indispensabile diviene quindi la prevenzione basata su corretti stili di vita. Molti pazienti, infatti, dopo l'identificazione del quadro clinico, vivono situazioni di sconforto, rabbia, depressione e ricercano l'isolamento per paura del contagio. Molte di queste conseguenze derivano sostanzialmente da informazioni scorrette sulle cause dell'infezione. C'è da sottolineare comunque che i pazienti possono continuare a svolgere tutte le loro attività quotidiane. È chiaro però che un trattamento precoce, oltre a garantire migliori possibilità di cura, impatta in modo positivo anche sulla qualità di vita. Il primo indicatore, seppur non sempre presente - ha precisato a Milano Massimo Colombo, Ordinario di Gastroenterologia all'ospedale Maggiore Policlinico - è il valore delle transaminasi (enzimi del fegato), rilevato attraverso un semplice esame del sangue. Se alterato, si procede ad ulteriori indagini, per rilevare la presenza di eventuali anticorpi con il virus HCV. È in ogni caso malattia trattabile grazie alle moderne cure a base d'interferone peghilato in associazione a ribavirina. L'associazione permette sovente di sopprimere la replicazione virale e bloccare l'infezione, evitando complicazioni. Al termine della cura, i livelli del virus nel sangue risultano così bassi da non essere più rilevabili e, se la risposta si manitiene invariata per 24 settimane, si parla positivamente di risposta virologica sostenuta. Fra gli interferoni peghilati al momento disponibili, quello alfa 2a può essere somministrao una volta soltanto la settimana, con una dose fissa indipendentemente dal peso corporeo del paziente. Nei prossimi anni saranno introdotti nuovi farmaci antivirali - ha concluso Colombo nell'incontro stampa promoso da Roche - in grado d'intervenire in modo mirato sulle diverse fasi della replicazione virale. Saranno impiegati in associazione all'attuale cura a base d'interferone peghilato e ribavirina e consentiranno d'ottenere una maggiore efficacia terapeutica. Un aspetto questo che, in particolare, sarà argomento di dibattito al prossimo congresso internazionale di Bruxelles.
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