Il Tirreno

Emergenza

Due specie di insetti minacciano la pineta, chiusi 2 ettari per il rischio di caduta pigne

Leondina Marulli
Il cartello che indica il tratto a rischio
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Il cartello che indica il tratto a rischio

Provvedimento della Forestale in un’area dove sono stati introdotti i pini marittimi. Indaga l’Istituto di Selvicoltura di Arezzo

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CECINA. Il "matsucoccus", la cocciniglia del pino marittimo, torna a far parlare di sé. E lo fa all’interno del Tombolo sud, nei due ettari di terreno sui quali è stato introdotto, negli anni 50, proprio il pino marittimo e sui quali è in corso una sperimentazione da parte dell’Istituto sperimentale Selvicoltura (Cra) di Arezzo. È a causa della cocciniglia "matsucoccus" che i due ettari di pineta, all’interno dell’anello dell’ippovia, in direzione sud, all’altezza del primo chilometro e mezzo dall’ingresso di viale Galliano, sono stati chiusi per motivi legati alla sicurezza e all’incolumità dei passanti. Il cartello, che riporta dicitura "Caduta pigne e rami", è stato posizionato dalla Forestale all’inizio dell’estate, quando cioè il passaggio dei pedoni ha iniziato a farsi più intenso.

«Ci tengo a sottolineare che non esiste alcun pericolo per la nostra pineta - spiega il comandante della Forestale, Massimo Celati - composta per la quasi totalità di pini domestici. Quella è una parcella di terreno sulla quale è tuttora in corso una sperimentazione con il pino marittimo che, purtroppo, ha un enorme problema legato alle malattie, in particolare quelle conseguenti all’attacco del ’matsucoccus’». Oltre alla cocciniglia, i due ettari di pini marittimi chiusi al transito sono attaccati anche dagli insetti, in particolare i coleotteri scolitidi, tra cui il blastofago. «Anche in questo caso la pineta non corre alcun pericolo, in quanto se da una parte è vero che il blastofago può provocare danni, dall’altra si tratta di un insetto che attacca le piante già secche, e cioè - sottolinea Celati - quelle che non hanno la capacità di difendersi». La prassi, in presenza del matsucocco, è quella di tagliare tutte le specie di pino marittimo infestate per preservare quelle sane anche se, in questo caso, è stata chiusa l’area per consentire ai tecnici dell’Istituto di proseguire con la rilevazione dei dati e «in futuro - sottolinea Celati - si penserà a come utilizzare quella porzione di pineta».

Abbattimento che invece la Forestale ha effettuato negli anni scorsi nella pineta della Mazzanta, dove i pini marittimi erano stati presi di mira dal coleottero e riportavano chiaramente i segni del deperimento in corso. Sono, dunque, due gli ettari oggetto dell’attenzione da parte di Forestale e Cra di Arezzo, rispetto ai 250 ettari che formano il Tombolo sud di Marina di Cecina e i pini domestici, particolarmente diffusi all’interno della pineta, non corrono alcun pericolo. Due ettari nei quali è alto il rischio concreto di caduta rami e pigne, a causa dell’azione devastante che il matsucoccus ha sul pino marittimo, una specie non autoctona ma importata dall’uomo dall’area atlantica. È particolarmente diffusa sul territorio nazionale «però ha questo grosso limite che deriva dall’invasione di questa cocciniglia».«Purtroppo - spiega Celati - non è possibile intervenire né a posteriori né in maniera anticipata perché è resistente a qualsiasi intervento».

A confermare l’impossibilità di un trattamento preventivo e a posteriori è l’agronomo Stefano Pace, che sottolinea sia la necessità di tagliare tutti i pini infestati «ma, soprattutto, rimuovere dall’area il legno tagliato, altrimenti gli insetti continuano a propagarsi, procedura da mettere in pratica sia quando si è di fronte all’attacco del matsucoccus, che attacca prevalentemente il pino marittimo, che del blastofago, coleottero che infesta i pini già debilitati. Purtroppo, anche a livello governativo non esiste un piano d’intervento in questo senso e le amministrazioni spesso non sono sensibili a questo tema. Il corpo forestale, inoltre, ha risorse sempre più limitate - commenta Pace - e quindi capita di vedere spazi di terreno infestati, come sta capitando al Gabbro e sulle colline di Rosignano».

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