Sicurezza
La destra garante dei dividendi ai privati
In arrivo la cessione di asset strategici per evitare le sanzioni europee
Nel 2024 ci saranno ben 11 paesi che dovranno essere sanzionati perché non rispettano i vincoli europei sul deficit, per effetto del ripristino del Patto di stabilità, accettato da tutti i governi, Italia compresa. Per provare ad evitare tali sanzioni il governo italiano ha deciso di avviare un piano di privatizzazioni che prevede la cessione di quote di Eni, di Poste e persino di Ferrovie. In pratica si indeboliscono ulteriormente settori strategici, dopo aver già ceduto la rete telefonica, quella autostradale e varie altre infra-strutture. In sintesi, l’Europa inventa regole assai discutibili – sono pochissimi i paesi che hanno un rapporto deficit/Pil inferiore al 3% – e per provare a rispettarle il governo italiano accetta il modello liberista vendendo i propri asset cruciali in larga prevalenza ai grandi fondi finanziari. Intanto il Pil è stimato allo 0, 6%, a dimostrazione che senza la droga mortale dell’inflazione, l’Italia è ferma anche sul piano dei numeri nominali. È davvero difficile capire allora a cosa servono le regole europee dell’austerità quando l’Europa è in profonda crisi, è interessata da conflitti drammatici e, paradossalmente, ha una moneta, l’euro, che il resto del mondo non usa perché rappresenta economie in affanno a causa dell’adozione politica di un perenne rigore. In realtà, si tratta di una considerazione che ha una risposta chiara perché le regole europee servono molto alla finanziarizzazione globale. In tale ottica il ministro Giorgetti si è recato a Davos con un obiettivo pressoché unico: trovare compratori per il debito italiano. È evidente infatti che la fine degli acquisti da parte della Bce e l’aumento delle partite di debito pubblico da collocare hanno indotto il titolare del Mef a coltivare una pericolosa dipendenza da soggetti finanziari naturalmente inclini a chiede-re interessi molto alti o, in alternativa, ad ottenere condizioni di esplicito favore nell’ambito della nuova ondata di privatizzazioni. Per un paese con un debito vicino ai 3 mila miliardi di euro e senza una banca centrale in grado di gestirlo, il destino della subalternità ai grandi poteri finanziari è tracciata e proprio le privatizzazioni rappresentano un dato paradigmatico. Come accennato, sembra che il governo Meloni stia pensando di inserire una quota di Ferrovie dello Stato e una di Poste italiane tra le vendite possibili. In realtà una procedura per la vendita di Ferrovie era già stata avviata nel novembre del 2015, durante il governo Renzi, dal ministro Graziano Del Rio. Ferrovie dello Stato sono, attualmente, l’unica infrastruttura ancora rimasta pubblica al 100%. Quando venne ipotizzata la cessione, il 40% delle azioni di Ferrovie fu stimato intorno ai quattro miliardi di euro. Nel caso di Poste la dismissione del 20% di tale società potrebbe generare un incasso di 2, 7 miliardi di euro, ma significherebbe la rinuncia a circa 260 milioni di euro annui di dividendi, trasferiti in toto ai fondi, con una perdita evidente e senza alcun reale vantaggio in termini di riduzione del debito pubblico: il Tesoro italiano deve collocare nel 2024 oltre 415 miliardi di euro non certo scalfiti dai magri incassi delle vendite di Stato. Più in generale, operare la privatizzazione di asset pubblici per venti miliardi, come annunciato dal governo, vorrebbe dire cedere ai compratori circa 2, 5 miliardi di euro l’anno di dividendi. Peraltro, cedere quote di proprietà di società così essenziali comporta per gli acquirenti privati il beneficio ulteriore di poter disporre di un socio pubblico che certo non varerà provvedimenti in contrasto con la stessa distribuzione di dividendi azionari perché interessato a riscuoterli. Il sovranismo della destra di governo rischia di trasformarsi così in un liberismo protetto dove lo Stato è garante dei dividendi dei privati.
* Università di Pisa
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