Il Tirreno

L'analisi

Quanto è difficile fare i padri? La ricerca che racconta quanto sia sempre meno il tempo a disposizione dei figli

di Francesco Paletti
Quanto è difficile fare i padri? La ricerca che racconta quanto sia sempre meno il tempo a disposizione dei figli

Gli uomini desiderano essere sempre più presenti nella vita dei loro bimbi. Ma in Italia spesso è il lavoro ad avere la meglio sugli affetti

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Cambiano i pannolini oppure aspettano appollaiati sulle tribunette degli impianti sportivi il termine della seduta di allenamento. Spesso capita pure di trovarli, quando ormai l’ora si è fatta tarda, fuori da una pizzeria o da un ristorante. Un occhio sullo smarphone per seguire la partita e l’altro al finestrino per controllare se per caso esce. È l’attesa dei padri, “fantasisti” della conciliazione fra famiglia e lavoro: con il tablet o il portatile ai giardinetti, basta un panchina e porzione di tavolo purché si abbia una piena visuale sul parco giochi.

Non sempre va tutto liscio: magari dimenticano la merenda o la borraccia. Oppure arrivano un quarto d’ora dopo all’uscita del corso d’inglese perché la “conference call” è andata più lunga del previsto. È fatta di attese e rincorse la vita dei “nuovi papà”, quelli a cui va stretto il ruolo del maschio “breadwinner”, per dirla all’inglese, ossia di colui che porta il pane a casa e tanto basta. Che, peraltro, esiste sempre meno nelle giovani famiglie in cui sono comprensibilmente crescenti le aspirazioni di realizzazione professionale anche da parte delle donne. E dove, comunque, se non si lavora in due, tirare avanti è divento maledettamente complicato.

Un po’ per necessità e tanto per desiderio si sta modificando anche in Italia il modo di vivere la paternità. «In generale c’è proprio un cambiamento nelle famiglie, con le compagne e le mamme che desiderano compagni più coinvolti e partecipi, ma devo dire che è in crescita anche il numero dei padri che desiderano esserci e starci» racconta Maddalena Cannito, ricercatrice dell’Università di Torino, delle Scuola Normale di Pisa e del Centro per la salute del bambino, da anni impegnata in “4E-Parents: essere padri, prendersi cura”, coordinato dall’Istituto superiore di sanità. Un progetto complesso che si propone di stimolare e sollecitare la cosiddetta “paternità responsiva”. Perché qualcosa nelle case e nelle famiglie è davvero cambiato.

«I padri, rispetto al passato, sono sicuramente più presenti, sia a livello pratico che relazionale, nella vita dei loro figli» continua Cannito.

Si incontrano al nido e alla scuola dell’infanzia e «ormai quasi sempre al momento del parto, anche se più raramente durante il travaglio e subito dopo la nascita» spiega la ricercatrice.

Beninteso, «è ancora molto diffusa nelle istituzioni e nella società l’idea per cui la cura dei bambini, soprattutto nel primissimo periodo, va gestita in famiglia e in modo primario dalla donna, mentre nel 57,9% dei casi, secondo l’indagine dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, si ricorre ai nonni per la cura dei piccoli».

La novità, però, è che a chiedere il cambiamento sono proprio i babbi: vorrebbero più tempo e più spazio, per la famiglia e per stare con figli.

Per adesso, invero, è soprattutto un desiderio «perché il cambiamento è più nei sentimenti, che nella pratica» sottolinea Cannito.

In Italia siamo più lenti che altrove, ma non è colpa dei babbi. O almeno non soltanto.

«Nel nostro Paese – sottolinea Cannito – continuano a prevalere modelli occupazioni molto labour intensive, in cui cioè si trascorre moltissimo tempo in ufficio e nei luoghi di lavoro, molto simili a quelli prevalenti negli Stati Uniti».

Il crescente desiderio di paternità «è un sentimento che andrebbe sostenuto con adeguate politiche di welfare» spiega la ricercatrice. E, invece, non lo si fa.

I dati pubblicati ne “La partecipazione dei padri nei primi mille giorni”, uno dei report di ricerca realizzati nell’ambio di “4E-Parents”, sono emblematici. «Il nostro è uno dei Paesi dell’Ue in cui è più alto lo squilibrio tra congedi di maternità e congedi di paternità che, in Italia, si attestano al livello minimo dei dieci giorni indicati dalla direttiva Ue sulla conciliazione».

Pochissimo in assoluto e anche in termini relativi, se è vero che sono ben «undici i Paesi che offrono congedi di paternità di quattro settimane o più e in Spagna – aggiunge Cannito – si arriva addirittura a 16, quattro delle quali obbligatorie».

Ce n’è ancora, insomma, di strada da fare, anche per quanto riguarda i congedi parentali, il periodo di astensione facoltativo dal lavoro concesso ai lavoratori e alle lavoratrici per prendersi cura del proprio figlio nei primi anni di vita.

«In Italia sono di minore durata rispetto a molti altri Paesi e i peggio pagati dato che arrivano al massimo al 30% dello stipendio», si legge ancora nel rapporto. Risultato: non li chiede quasi nessuno. Per la precisione «tra il 15 e il 20% dei padri aventi diritto, pari a solo un quinto dei genitori che ne fanno uso».
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